Recensioni

Torna in Italia dopo tre anni di stop forzato la band di Trondheim, che da qualche anno ha trovato un nuovo, scintillante assetto con Tomas Järmyr alla batteria, già con gli Zu, con il quale stanno vivendo ora un’ennesima, luminosa giovinezza. Un rapido recap per chi non avesse ancora avuto la ventura di incrociare i sentieri battuti dai norvegesi nel corso di una carriera ultratrentennale:
Nati a Trondheim, in Norvegia, nel lontano 1989, i Motorpsycho nel tempo hanno saputo costruire in tutta Europa, ed in modo particolare in Italia, un culto solido ed ancora in espansione, grazie a live torrenziali e ad una produzione discografica indefessa e caleidoscopica, capace di spaziare da un noise-rock inclassificabile ed evoluto a parentesi country &western, da numeri pop a spericolate jam grondanti LSD ed altro ancora, spesso e volentieri all’interno dello stesso disco. Veri e propri monumenti all’eclettismo e alla creatività sono lavori capitali come il mastondontico Demon Box o Angels At Daemons At Play (con citazione di Sun Ra contenuta nel titolo, e non è certo un caso). Ma la lista potrebbe proseguire a lungo e tra i seguaci del culto ognuno ha le sue preferenze, o le sue fasi.
Personalmente, a parte Black Hole/Black Canvas, il lavoro pubblicato subito dopo la defezione dello storico batterista Håkon Gebhardt, trovo perle in ogni passo di questa che oramai è una lunga storia d’amore. Chi scrive infatti li vide per la prima volta in concerto nel lontano 1994, all’Ex Presidio Psichiatrico di Mantova. Con loro in formazione c’era ancora Helge Sten aka DeathProd, doveva ancora uscire lo storico doppio Timothy’s Monster e ipnotizzarono completamente i (pochi) presenti con una versione di almeno quaranta minuti di The Wheel. Da allora più o meno ogni anno l’appuntamento è stato fisso. Se al Locomotiv nel 2019 si erano fatti trovare in splendida forma, oggi se possibile i quattro (dal vivo è oramai elemento fisso a tastiere e chitarra l’ottimo musicista svedese Reine Fiske, in evidenza soprattutto nella prima parte del concerto, dove sembra quasi il chitarrista principale) hanno raggiunto uno step ulteriore: sempre più maturi, sempre più dentro a un jam rock torrenziale che prende abbrivio sovente da fumiganti riff hard-rock di limpida marca ’70 per poi deviare e decollare verso altri mondi; in altri frangenti (la splendida Whip That Ghost, più di una citazione di Allman Brothers Band con il suo groove limpido e solare) il bassista, bandleader e cantante Bent Saether e il chitarrista Hans «Snah» Magnus Ryan si abbeverano ad altre fonti, forti di una musicalità enciclopedica e sempre più libera.
L’inizio del concerto in verità non sembra farceli trovare al massimo della forma: Bent anzi stecca un po’ l’entrata della voce nel primo pezzo (Psychotzar, da The Crucible, del 2019) e, con il volume massiccio che esce dalle casse, si fatica a scorgere in filigrana il nitore del loro disegno compositivo. Disegno compositivo che è il fulcro del lavoro della band da anni, come lo stesso Bent testimonia nel documentario (lo trovate su Vimeo) Into The Maelstrom.
Dopo un incipit dunque schiettamente hard-rock, ottimamente suonato come sempre (nel tempo i Nostri hanno affinato sempre più le capacità sugli strumenti e hanno messo a punto un’intesa che ha del telepatico), compatto ma non travolgente, da live hard con qualche venatura prog (c’è chi li rimprovera di essere freak, hippy e di dilungarsi troppo, per noi quando il pezzo funziona non ci sono limiti di durata che tengano), a un certo punto il concerto prende semplicemente una direzione totalmente diversa. Ad impressionare, ancora una volta, è come questo avvenga quasi come se, d’un tratto, sul palco ci fosse una band diversa dalla precedente. Dalla citata Whip That Ghost (ma in realtà anche dalla precedente The Other Fool, pescata sempre da Let Them Eat Cake), ci troviamo felicemente immersi in un live totalmente psichedelico, a seguire evidentemente l’invito contenuto nel singolo del 2000: Let’s get some weed and chill out to Pink Floyd. Oppure, parola di Bent, Let’s get to the dark side: ecco allora The Transumations Of Cosmoctopus Lurker, dall’ultimo lavoro in studio (2021), Kingdom Of Oblivion: nebbie elettriche, un giro di basso dispari, rabdomante, un incedere che non lascia scampo, languido e lancinante, che poi lascia spazio a un fitto disegno hard-prog con momenti di pura gioia creativa. Un gran pezzo, suonato magnificamente.
Ma il meglio deve ancora arrivare. «Andate a fumarvi una sigaretta, o fate quel che dovete fare, ma fatelo ora, perché la prossima durerà più o meno un’ora»: amici controllano, alla fine del trip, la durata, e sono passati esattamente quarantasette minuti. La suite N.O.X, da The All Is One, del 2020, è un incredibile buco nero: fotografia sonora di Sagittarius A che annulla spazio, tempo, puro baccanale pagano tra Black Sabbath, Pink Floyd, Sun Ra e corrieri cosmici.
Ritmi dispari, fughe jazz, ellissi, eclissi, psichedelia, terapia, avant-rétro-space; a chiudere poi due ore e mezza di concerto a livelli francamente difficilmente riscontrabili in altri live act rock oggi, una chicca: Vortex Surfer, da Trust Us. Brividi in coda ad una serata che ci ha ricordato perché facciamo bene e spendere da venticinque anni tutto il nostro tempo libero nella musica e con la musica.
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