Recensioni

Momoko Gill sembra essere sedotta dal timbro, e con questo finisce, inevitabilmente, per sedurre. Il suo è un approccio elettroacustico a soul, jazz e R&B che, in Momoko, omonimo LP di debutto, finisce per definire una palette minimalista ma estremamente carnale, quasi visiva, composta da micro-dettagli timbrici, piccoli climax, strumentazioni iper-cesellate nella loro semplicità e un miscuglio tanto colorato quanto sfuggente di “sbiancata” black music.
A consolidare una reputazione già marmorea, nonostante la breve discografia, c’è una gavetta con la leggenda Matthew Herbert, con cui la Gill ha già realizzato un ottimo disco (Clay, pubblicato nel 2025), dal quale il singolo anticipatore Fallen Again aveva riscosso ben più di una manciata di applausi; ci sono le aperture live per una personalità carismatica e impattante come Alabaster DePlume; c’è un piccolo joint album (An Alien Called Harmony) con lo spoken-word rapper Nadeem Din-Gabisi, che ha rivelato il lato più colorito e “groovy” della Gill.
Al debutto, quindi, la polistrumentista londinese arriva con tutte le carte in tavola per incantare. Lo fa rendendo protagonista la sua voce, tenera come quella di Cleo Sol ma più tenebrosa, quasi come una Julia Holter meno gotica negli intenti e più Blue Note nel retrogusto, intervallata da un sapore compositivo che guarda sia alla musica chamber, chiusa e intima, sia alle aspirazioni universali della new age. Insomma, vocalità preziosa e lirismo fugace, dove istanti e sensazioni diventano attori astratti di uno state of mind inquieto ma dal lungo e accogliente respiro.
In questo percorso di eterogenea coerenza, la Gill si racconta in No Others, elegante groove in stile Kokoroko dai sussurri “motherland”; in Shadowboxing, che invece naviga nel trip-hop più abrasivo e mostra la faccia più imbruttita della nostra; oppure Anyway, I’m Drowning, una piccola perla di esistenzialismo spoken, infarinata da fiati quasi sciamanici, da un accennato groove di basso e da un improvviso, bellissimo, quasi spiazzante progredire percussionistico; o ancora, nella bellezza sincopata di River, dagli ingredienti semplici e dal lirismo fugace ma quotidiano.
Discorso a parte, per importanza ed elaborazione armonica, per il manifesto When Palestine Is Free: 6 minuti e 20 di nervosa ma soffice impalcatura nu jazz che nella forma sembra richiamare gli Ezra Collective e nel contenuto i Sons of Kemet (il cui creatore Shabaka Hutchings figura, tra l’altro, tra le varie voci che compongono il coro del ritornello).
In poche parole, questo Momoko ci piace, e pure tanto, per il suo modo di auto-fagocitarsi con la bellezza di un colpo di piano, una chiacchiera di flauto traverso, una sberla insabbiata di batteria, un loop. Iperrealismo compositivo in salsa nu jazz all’altezza della scena UK, che tra i sopracitati Shabaka Hutchings e Kokoroko, oltre a Yussef Dayes, Nubya Garcia ed Ezra Collective, sta diventando un ambiente di maniacalità e spirito, di corpo e mente incapsulati nel groove e schiavi della bellezza di un timbro. Bellezza che, a noi curiosi ascoltatori, ci rapisce, seduce. Ci capisce.
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