Recensioni

Terminato poco prima della scomparsa di Tom Relleen, Intimate Immensity è l’ultima fatica discografia del duo formato dal compianto musicista (basso, synth ed elettronica) e dalla batterista e percussionista Valentina Magaletti. Un album che segna il un punto di arrivo definitivo del loro studio, raccogliendo i frutti di una lunga ricerca teorica e ancora di più di pratica empirica accumulata in anni di tour. Come riportato dalla nota stampa, tra le ispirazioni del progetto figurano i pionieristici studi elettronici minimalisti di Laurie Spiegel e Pauline Anna Strom, nonché l’avant-dance di Muslimgauze e Ossia, elementi che in realtà delimitano un semplice perimetro esplicativo di un discorso molto personale, che aggiorna i vari concetti di post ed avant rock, a cui andrebbero idealmente aggiunti un certo sapore new age dei compositori giapponesi degli anni ’80 e le distensioni meno rassicuranti di Rod Model.
E se si considera il parallelo concettuale tra le tracce e le teorie di La Poetica dello Spazio di Gaston Bachelard, che descrivono l’ambiente domestico come specchio dell’esigenza di frammentare l’universo per creare i nostri spazi, pulendo e colonizzando il quotidiano per svuotarlo dal gusto di chiunque altro, si comprende come i due abbiano costruito non solo dei micromondi sensati e densamente poetici, capaci di attivare i sentimenti più intimi, ma nel complesso un vero e proprio piccolo universo altro e carico di significato, che denota una personalità distintiva e intrisa di quel potere della rêverie, forza rivoluzionaria e attualizzante dell’immaginario, concettualizzata dal filosofo francese. Decisiva, poi, per la comprensione del linguaggio veicolato dall’album, la citazione significativa dell’artwork della pellicola sperimentale del 1993 di Derek Jarman, Blue: un colore rassicurante ma agito con un sofferto anelito di libertà che si abbina perfettamente al suono armonico, strutturato e contemporaneamente arrangiato con gusto free, quindi mai accondiscendente e invero carico di cerebralità febbrile e foriera di continui spunti riflessivi («Blue protects white from innocence. Blue drags black with it. Blue is darkness made visible»).
Un complesso spettro concettuale che permette alla solida visione della musica strumentale dei Tomaga di spaziare con agilità muovendosi tra molteplici tensioni, ricondotte al minimo comune denominatore della simbiosi quasi biologica tra le avvincenti teorie percussive della Magaletti e la suggestiva ricerca armonica di Relleen. Così, tra le attualizzazioni analogiche dell’ipnotica idm dei To Rococo Rot (Mompfie Has To Pay) e delle teorie della Spiegel (Reverie For Fragile Houseplants, Idioma), emergono frammenti di dilaniante drammatismo (Very Never (My Mind Extends)) ed evocativi tagli noir capaci di lambire il Tom Waits più sperimentale (No Sia Mai), l’etno-dance del Muslimgauze di Cital (British Wildlife) e i moderni sentori etiopi à la Mulatu Astatke (The Snake). Un discorso perfettamente calibrato in tutta la sua ampiezza, ulteriormente arricchito dal funk di More Flowers e dal raffinato gusto industriale della potente The King Of Naples, nonché splendidamente concluso dal visionario impatto filmico-orchestrale della pregevole title track.
Un album che rapisce totalmente travalicando la nozione di testamento spirituale e lasciando al contempo grati ma purtroppo anche amareggiati per non poter continuare a seguire una proposta di così alto livello.
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