Recensioni

Molta ambizione, un pizzico di coraggio, una buona produzione e dei testi talvolta troppo semplici, ma di sicuro sentiti: questo si ritrova nel nuovo album di Miley Cyrus, Something Beautiful, che spazia dal soft rock e l’r’n’b della prima metà al synth pop e l’EDM della seconda parte, racchiudendo il tutto all’interno di una cornice certamente piena di glamour e riferimenti pop, come da programma, ma non così solida come prospettato. Insomma, non da concept album.
È vero che il ruolo portante del basso e la (quasi) costante presenza di archi e fiati contribuiscono molto all’amalgama dei brani e risultano determinanti nella riuscita di alcune delle canzoni migliori, ma è difficile ignorare che la ricchezza sonora e l’epicità si affievoliscono o si spengono del tutto in corrispondenza di testi un po’ banali e temi o sonorità triti.
Something Beautiful è un album di canzoni d’amore, questo è innegabile. E non ci sarebbe niente di male se non fosse per le aspettative dovute alla promessa di una narrazione di distruzione, dolore e morte rappresentati in modo terapeutico: lo sottolinea la stessa traccia di apertura, Prelude, promettendo con toni poetici il racconto dell’ineffabile. L’ascoltatore si trova invece di fronte a una sequenza di brani emotivi che sì, affrontano soprattutto le complessità dei sentimenti e non ignorano “l’altra faccia della medaglia”, ma spesso testimoniano cadute di stile, forse più evidenti proprio alla luce delle promesse iniziali. Si pensi a More to Lose, una ballad à la Whitney Houston che insiste su terreni già battuti in passato, agli inizi della carriera di Cyrus, e che banalizza le tensioni del disamore con immagini vacue (“The TV’s on, but I don’t know. My tears are streamin’ like our favoritе show tonight, tonight. Memories fade likе denim jeans”); o a Golden Burning Sun, che ha la prevedibilità del pop più mainstream, un pizzico di country e qualche ritornello di troppo. O ancora a Pretend You’re God, che offre spunti interessanti sul piano musicale, rifacendosi a tendenze del trip-hop, ma lascia a desiderare dal punto di vista lirico dilungandosi nell’ennesima narrazione di un disastro relazionale.
Ciò che rende perplessi è che a questi momenti bassi, vicine alle più ovvie e riuscitamente radiofoniche End of the World e Easy Lover, si alternano brani interessanti e originali, e l’ascoltatore viene trascinato su una montagna russa di prevedibilità e sorprese: tra le tracce migliori c’è l’omonima Something Beautiful, una soul ballad fortemente debitrice dei Roxy Music, che esplode in un finale in cui Cyrus non teme di mostrarsi desiderosa di avere di più dalla persona amata; Reborn, un brano a metà tra club music e trance pop disseminato di riferimenti a Madonna e continui inviti a uccidere il proprio ego, lasciandosi affogare nell’amore fino a rinascere; e Walk of Fame, che unisce sonorità dance anni ’80 e una vocalità stile Gaga mentre ritrae i lati inquietanti della fama, in una rappresentazione perfetta del più recente approccio dell’artista al suo passato problematico (“You’ll live forever in our hearts and minds, an ageless picture, a timeless smile. We’ll wear it on our T-shirts, a star buried in the pavement”).
In generale, insomma, l’obiettivo di Cyrus con questo nono disco è quello di tracciare un ritorno alla propria essenza, indotto abbandonandosi ai sentimenti forti e travolgenti, anche a rischio di rimanere bruciati: come ricordano gli imperativi di Give Me Love e Golden Burning Sun (“Surrender, surrender, surrender”), Something Beautiful è un grido alla reciprocità dell’emozione, un album infuso del desiderio di essere corrisposti. L’artista non vuole rimanere sola dopo aver dato tutta sé stessa, e ciò vale tanto in amore quanto nel rapporto con l’ascoltatore.
Perché è vero che con questa prova Miley Cyrus si è messa in gioco: la nostalgia è presente, ma non è più solo al servizio di sé stessa, i temi sono semplici, ma sicuramente personali, e c’è anche l’ambizione di ottenere un’opera più ricercata. L’unico problema è che il proposito di ricercatezza è solo in parte attuato, e per il resto, soprattutto a livello lirico, rimane quello che è: un proposito. Perché scomodare un riferimento come The Wall – fin da subito presente nei primi annunci dell’album – quando, su dichiarazione della stessa Cyrus, “the music is the story, every song is storytelling” e il contenuto del disco è aperto all’interpretazione? Siamo forse così disabituati alla programmaticità nel pop mainstream da scambiare un progetto non disuniforme per un concept album? Di certo il disco avrebbe ottenuto lo stesso risultato se non fosse stato preceduto da dichiarazioni fuorvianti, che lasciavano pensare a esiti diversi, liricamente più poetici oltre che musicalmente cinematografici.
In ogni caso, se si pensa agli scivoloni dei lavori precedenti, fortemente derivativi (Plastic Hearts ed Endless Summer Vacation in primo luogo), la proposta di Something Beautiful non può che risultare una boccata d’aria fresca: probabilmente è il primo disco in cui Cyrus sembra davvero sincera, convinta di ciò fa (e canta).
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