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C’è qualcosa di effimero e sospeso nello spazio di un “non luogo”. Microuniversi creati dall’uomo per l’uomo, al loro interno il tempo si sospende, tutto si tramuta in una bolla che culla i pensieri e cancella le ansie quotidiane.

Il resort di The White Lotus è a tutti gli effetti uno dei tanti non luoghi avanzati da Marc Augé, ed è proprio quando tutto si blocca che le relazioni si fanno fallaci, e l’essere umano scende a patti con se stesso. Dopotutto, mai come in questa stagione della serie ideata e diretta da Mike White, il lusso della Thailandia si fa specchio riverberante l’immagine riflessa di uomini e donne chiamati ad affrontare il proprio presente, chi per migliorarsi, chi per cedere all’amoralità.

Non ci sono ombre nel mondo di The White Lotus 3 (qui la nostra reaction al primo episodio): sono gli sguardi, i gesti e le parole ad adombrare lo spazio circostante di minaccia, tensione, cadute personali e crisi finanziarie. Il resto viene sfiorato da una luce calda, avvolgente, a tratti accecante, che permette ai propri spettatori una facile e diretta lettura degli eventi in corso. E così, quel cromatismo di tonalità calde ed estive si fa adesso asfissiante, vivo di un’afa che toglie il respiro e fa sudare angoscia. I colori disorientano, come un caleidoscopio nauseante di chi si trova sul bordo del precipizio e può essere tratto in salvo solo da una dolorosa accettazione dei propri errori.

The White Lotus 3
Una scena di The White Lotus 3

La decostruzione del machismo esacerbato e prodigato dal sistema patriarcale; la deflagrazione di un’invidia che minacciava la resa di un’amicizia decennale; l’amore fatale e lo spirito di vendetta. Sono tanti e diversi i decorsi umani affrontati da White in questo terzo capitolo di The White Lotus. Sono affluenti nati dalla corrente primigenia della prima stagione, capaci di non ripetersi, ma di scorrere lungo sentieri nuovi, alimentandosi da esistenze e debacle morali del tutto inedite, eppure così facilmente riconoscibili.

Rick e Chelsea, la famiglia Ratfliss (già cult la performance di Parker Posey nei panni di Victoria) Belinda e il trio di amiche sono riflessi prismatici di un un’unica essenza umana fatta di differenti sfumature, entro le quali chiunque può trovare parti esacerbate di sé, o dei propri conoscenti.

Per quanto iperbolici nella loro concezione, i personaggi di The White Lotus 3 si fanno portavoce verosimili di (tanti) vizi e (poche) virtù. Un avvicinamento simpatetico, o un respingimento caratteriale reso possibile dalla performance di interpreti pienamente in parte, che tra urla, grida e risate, trovano nei non detti, o nella potenza di sguardi profondi (si pensi soltanto ai silenzi eloquenti di Jason Isaacs) il gancio emotivo con cui ancorare e trattenere a sé i propri spettatori. Sono espressioni e/o reazioni mai fintamente marcate e per questo esulanti dal campo dell’overacting, ma capaci di restituire la veridicità di un sentimento, il fuoco della passione, la paura dell’ignoto, la dissoluzione dei propri valori morali. Sono sguardi parlanti, questi, che White enfatizza raccogliendoli nello spazio di primi piani furbescamente capaci di attirare l’attenzione dei propri spettatori e in essi scovare tracce di sé.

the white lotus 3
Jason Isaacs in una scena della serie

Come onde trascinate dalla corrente impetuosa, o dal dolce fluire di una calma apparente, le danze apotropaiche, gli spostamenti repentini dei personaggi sullo schermo, o un semplice pasto da consumare tra confessioni e rivelazioni, sono sempre accompagnati da un commento musicale mai intrusivo, ma sempre enfatizzante gli umori sulla scena. Che viva della stessa caratura emotiva dei propri personaggi, o giochi sullo scarto dissonante tra la portata delle emozioni e i brani impiegati, la risonanza sentimentale dei personaggi viene amplificata da un’attenta selezione musicale che riduce ulteriormente la distanza tra schermo e pubblico. E così l’onda d’urto si fa inesorabile, l’impatto disorientante, mentre la marea di anime in combutta trascina lo spettatore fino alle profondità estreme di abissi umani, abitati da esistenze piene di misteri, paure, rimpianti.

Tra i corridoi di un non-luogo, i destini di amici e sconosciuti si incrociano, gli sguardi si incontrano, e i pensieri intrusivi implodono. La moralità si dissolve nell’acido di istinti primordiali che ci involvono in animali a-social nell’attesa che lo tsunami della vita quotidiana ci travolga di nuovo, annientandoci. E per quanto i lutti colpiscano anche questa terza stagione di The White Lotus, un ingrediente edulcorante si intromette nel ricettario di Mike White; un elemento nascosto che ha reso più sostenibile la visione, ma anche meno caustica e cattiva la sua essenza narrativa. La bellezza di The White Lotus si ritrova infatti nel discostamento tra la meraviglia bucolica del paesaggio circostante, e l’aridità empatica del genere umano; uno scarto che qui si unisce fino a farsi crasi, sacrificando però la totale perdita di lucidità e questione etica-morale che infarciva le precedenti due stagioni. Alcuni risvolti rimangono inoltre aperti, lasciando un sapore acre a un pasto gustato con ingordigia e buttato giù da litri di curiosità e angoscia. E così il finale di The White Lotus 3 diventa un via vai di camerieri che saltano il tuo tavolo, lasciandoti senza portata finale; è un massaggio fermatosi all’apice del godimento, una domanda lasciata sospesa senza risposta. Sospesa, come il soggiorno in un resort di lusso, o un frullatore mai lavato e pronto a sconvolgere vite innocenti.

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