Recensioni

7.3

Midlake, ovvero la band che visse due volte. Dall’abbandono del leader Tim Smith, avvenuto nel 2012, sono passati tredici anni; esattamente lo stesso numero trascorso dai lontani esordi texani del 1999, quando erano ancora studenti jazz in quel di Denton. Da quando la reggenza, unita agli oneri vocali, è passata al chitarrista Eric Pulido, il loro nome – legato ai fasti di un album rivelazione come The Trials Of Van Occupanther (2006) e a una collaborazione dorata come quella con John Grant per il piccolo classico anni ‘10 Queen Of Denmark (due grandi successi per Bella Union) – si è sentito pronunciare sempre meno.

Complici anche i ben nove anni intercorsi tra l’interlocutorio Antiphon (2013), che cercava nell’immediato di ricompattare i ranghi, e l’ambizioso For The Sake Of Bethel Woods (2022), che si lanciava in esplorazioni sperimentali attraverso molteplici generi e approcci, la loro produzione odierna rischia di passare sottotraccia in un mondo che sembra averli dimenticati. E sarebbe male.

A questo A Bridge To Far (un ponte che porta lontano, come a volersi lasciare tutto alle spalle) tocca dunque il compito di ricordarci chi sono oggi i Midlake, e quanto è ingiusto relegarli solo al ricordo di quanto conquistato qualche lustro fa. Con l’apporto prezioso di un nome di peso come quello di Sam Evian alla produzione (Big Thief, Cass McCombs ma anche ottimamente in proprio), le dieci tracce sfoggiano una grazia e un equilibrio compositivo invidiabile, ammantate come sono tanto di leggerezza quanto di ispirazione. Tra sonorità morbide e folky che ammiccano ai vecchi amori di sempre (il prog-folk pastorale inglese, i Fleetwood Mac, Neil Young) e non solo (le armonie Fleet Foxes di Days Go By, il riuscito duetto con la bravissima Madison Cunningham di Guardians), concedendosi con parsimonia incursioni in territori un po’ più avventurosi (i Can di Make Haste, i da sempre amati Radiohead di The Calling – ma senza la spiccata somiglianza vocale dell’ex Smith con Yorke), i cinque sfoggiano un’inedita naturalezza e la spontaneità di chi non deve dimostrare niente, se non l’avere finalmente appreso di lasciarsi soltanto guidare dalle canzoni.

E quando le canzoni sono del livello di Within / Without (i Joy Division con gli archi e un pizzico di soul alla In Rainbows / A Moon Shaped Pool), la title track, Eyes Full Of Animal e quella meraviglia elegiaca che è The Valley Of Roseless Thorns, allora capisci che quel ponte valeva proprio la pena di attraversarlo.

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