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Tra le stelle nascenti del firmamento alt-folk americano, Madison Cunningham è già da tempo molto più che una semplice promessa. Il Grammy assegnato a Revealer (2022) ha certificato un talento emerso in modo graduale, eppure dirompente, sin dal 2019 (anno dell’esordio effettivo, a ventitré anni, con Who Are You Now), confermato anche da numerose apparizioni e collaborazioni (inclusa quella dello scorso anno con Andrew Bird per Bird / Cunningham, rielaborazione integrale classico pre-Fleetwood Mac Nicks / Buckingham, ma anche le ultime prove in studio di Whitney e Midlake).
Una personalità artistica già forte e compiuta, costruita su un chitarrismo del tutto originale e privo di virtuosismi, una capacità di scrittura e arrangiamento sorprendenti (in virtù di una rosa di riferimenti, da Jeff Buckley a Fiona Apple fino ai Radiohead, pienamente assorbiti) e una voce espressiva e naturale, mai leziosa; il tutto in una visione personale, non passatista né vintage, che evita l’effetto tributo/cosplay, ormai pienamente accettato e tollerato nel segno dei tempi.
Un miracolo? Sì. E se non bastasse, questo Ace non solo conferma quanto appena detto, ma trasporta tutto in una dimensione se possibile ancora più personale, al tempo intima e avventurosa, in cui si sposano complessità e immediatezza, semplicità e ricchezza.
Messi da parte gli esperimenti poliritmici, i flirt con l’alt-country di marca Wilco e l’immediatezza (in certi momenti) pop del predecessore, la cantautrice californiana cambia metodo di scrittura e strumento di predilezione, abbandonando le amate sei corde per i tasti bianchi e neri e aprendosi a influenze mai così apertamente classiche. Se il parallelo con la Joni Mitchell di Blue salta subito all’orecchio già dalle prime battute di Shore, e se nell’afflato cantautorale, introspettivo e lirico che permea il tutto – vedi la sublime My Full Name, al cuore dei disco – non si possono non riconoscere le ascendenze di Carole King e Laura Nyro, diventa altrettanto evidente come anche queste influenze siano state assimilate in un chiaro percorso di maturazione, evoluzione e sofisticazione.
Basti come esempio Take Two, ballata malinconica che dal Laurel Canyon prende leggerissima il volo verso chissà dove, tra evoluzioni melodico-armoniche inusitate e aperture di arrangiamento incredibili ed eteree. Tutto però suona naturale, organico, non artefatto: abbandonati certi virtuosismi e, per sua stessa ammissione, la voglia di “impressionare”, Cunningham scrive aprendosi del tutto al sentimento e lasciando popolare le sue composizioni non solo da piano e voce ma anche da legni e archi (la partitura in dialogo con il canto di Skeletree), tornando alla chitarra per alternare carezze acustiche (il perfetto blend di armonie in Wake con Robin Pecknold dei Fleet Foxes) a sussulti elettrici (le sincopi della combattiva Break The Jaw), in una lezione di grazia e raffinatezza che non rinuncia alla fierezza di una donna in evoluzione, come autrice e musicista in primis.
Un lavoro maturo, ben orchestrato, solo in apparenza semplice ma dinamico e vario (in Golden Gate risuona la lezione di Thom Yorke), non barocco ma evocativo, magico (la melodia di Goodwill), pieno di sentimento (l’accorata Beyond That Moon, vicina a Weyes Blood), in cui perdersi e ritrovarsi mille volte. Prezioso.
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