Recensioni

Roscoe gira all’impazzata nel mezzo del lago, ed è una di quelle canzoni che ascoltate la prima volta non si riesce a dimenticare. Girando un minimo per i blog d’oltremare la si incontra per forza, perché i Midlake, quintetto texano alle prese con il cosiddetto “sophomore record” – secondo disco – hanno ricevuto e ricevono una massiccia dose di hype, di quelle che all’epoca del download selvaggio procurano a band da scantinato una popolarità che schiocca sulla punta delle dita.
O forse le cose non stanno esattamente così. Questi ragazzi non sono una creatura pasciuta nei garage e, anzi, hanno registrato il loro lavoro precedente, Banman and Silvercock, niente meno che agli Abbey Road Studios di Londra, abbracciati dal patron della Bella Union.
Sarà che nel loro acquerello figura anche una Young Bride (cui era intestato il fortunato EP che precede a The Trials…),giovane sposa indubbiamente graziosa e perfettamente concepita nell’abito e nell’umore. Sarà che Van Occupanther, la bestia antropomorfa in copertina cui è dedicato il pezzo omonimo, è un personaggio chiave del disco. Sarà che si parla spesso e volentieri di leggende, storie, battaglie mitiche e tempi andati, o che si indugia nell’ombra di un ritorno a casa (Head Home) spinti in avanti dal desiderio di un semplice, onesto giorno di lavoro. Tenuto conto di tutto ciò, la band si colloca comunque in una zona d’ombra dove si interseca il gusto per le pillole narrative dei Decemberists e la voce dal-di-dentro dei Radiohead di Thom Yorke, incrocio sostenuto da un gusto classico verso l’arrangiamento tipico di quel pop/songwriting delicato e suadente che appartiene, se vogliamo, a un certo stereotipo sonoro. Un luogo comune di genere che i Midlake, tra archi, pianoforti, chitarre acustiche, cori e riverberi non bucano, ma in cui nuotano con una certa serenità.
Troppa serenità. Dunque, forse, un po’ di noia.
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