Recensioni
The Pains of Being Pure at Heart, Fast Animals and Slow Kids, Joan Thiele, Diodato, Il Mago del Gelato
MI AMI Festival 2025
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Nino Ciglio
- 26 Maggio 2025

Al Mi Ami 2025 è andata in scena una mutazione darwiniana in piena regola. Non una rivoluzione, sia chiaro – quelle richiedono coraggio e qualche ginocchiata negli stinchi. Qui si è preferito il lifting: via le rughe e le problematiche logistiche del vecchio Magnolia, dentro lo sfondo Instagrammabile del “lungomare” dell’Idroscalo, il “mare” di Milano. Spazi ampi, sunset vibes e file per bar e bagno ridotte a un tempo umano. Il risultato è un festival che si atteggia a Primavera Sound e, con le opportune differenze (e volumi), oggi il paragone non pare più tanto azzardato.
Sul palco, il cartellone si muove con la consueta altalena di conferme, sorprese e inevitabili “mah”, fra il nuovo che avanza e le vecchie glorie tornate alla ribalta. Giorgio Poi – sempre più songwriter à la carte – arriva sul palco con quella sua invidiabile capacità di fare sembrare semplice anche l’accordo più sbilenco. Un’estetica sonora minuziosa, cesellata al microscopio, che dal vivo attira la folla più numerosa della due giorni — complice anche Schegge, un album che lo ha definitivamente affrancato dalle derive it-pop per allestire, rubando le parole a Stefano Solventi, “un carosello ipnotico di miraggi estivi, visioni agrodolci e languori ipercromatici”. Il repertorio, melodioso e zuccherino, può forse risultare un filo monotono nel suo complesso, ma va bene così: quando arriva il turno di Tubature, al netto di qualche problema tecnico, l’atmosfera è quella di un salotto in cui si sorseggia tè matcha — intima, morbida, sospesa.
Joan Thiele è invece un caso raro in cui l’eleganza non si mangia l’intensità. Post-Sanremo, sembra aver fatto pace col suo pubblico – o forse è il pubblico ad aver finalmente capito cosa farsene di lei. Sale sul palco come una sacerdotessa soul-r’n’b (siamo dalle parti di una Jorja Smith), si prende lo spazio con calma e precisione chirurgica, senza bisogno di effetti speciali, se si eccettua il bellissimo duetto su Occhi da Gangster con Frah Quintale. Il risultato è un live adulto, coeso, senza fronzoli. Ed è proprio questa sobrietà a farla risaltare in un festival dove molti puntano ancora tutto sull’estetica da circo.
Sul palco fronte “mare” e al calar delle tenebre, c’è Il Teatro degli Orrori. Più che una band, un monumento vivente alla veemenza. Capovilla ringhia, arringa, soffre, si contorce – e lo fa con la coerenza granitica di chi non ha mai mollato un centimetro di postura, nemmeno quando il pubblico attorno ha cominciato a preferire la malinconia autoerotica dei bedroom producer. Il loro set è teso, crudo, essenziale: un pugno in faccia che arriva come una lezione. Non è più solo nostalgia: è resistenza culturale.
Contemporaneamente (sì, quest’anno sale la qualità e con essa, inevitabilmente, le sovrapposizioni), i Casino Royale rappresentano la quota “veterani con credibilità intatta” — e, per fortuna, non tradiscono le attese. Mezzo pubblico è lì per nostalgia, con felpe loggate anni ’90 a fare da uniforme non ufficiale; l’altro mezzo ha forse scoperto l’ottimo Fumo, il nuovo album, o magari vuole solo muovere il bacino su bpm umani. Il loro è probabilmente il live più interessante del sabato, anche grazie alla presenza di Clap! Clap! e Marta Del Grandi — rispettivamente co-produttore e voce ospite del disco — che contribuiscono a trasformare il Palco Idealista in una jam gioiosa. Dub, rock, elettronica: mescolano tutto con una solidità che pochi possono permettersi. Più che un concerto, una dichiarazione di metodo: si può invecchiare bene, anche nella musica italiana.
A far brillare l’anima più internazionale del festival ci hanno pensato The Pains of Being Pure at Heart. Sì, proprio quelli che negli anni Dieci ci hanno fatto muovere nei migliori indie club dello stivale, a base di chitarrine e tristezza. Il loro set è stato una capsula del tempo con il sound impolverato di jangle-pop e shoegaze, ma lucidato con mestiere. Nessuna sbavatura, semmai un piacevole effetto nostalgia: ci sono ancora i pezzi che, a sorpresa, hanno ancora qualcosa da dire a chi li ricorda come una delle cose più interessanti di un anno importante per l’indie, il 2009.
E se il Mi Ami ha sempre avuto il merito di spingere anche chi è fuori dai radar algoritmici, Dove È Liana? è forse stata la vera rivelazione. Una presenza magnetica, una voce, più voci che non ti mollano (tutti, ma proprio tutti, si porteranno dietro il ritornello di Peace, Love & Baci), una scrittura capace di essere intima senza diventare diaristica. Il loro live ha avuto la tensione di un esordio e la sicurezza di chi sa dove sta andando. Nessuna voglia di compiacere: solo il desiderio testardo di esserci. E tanto basta.
Il pubblico? Sempre più variopinto. Dagli universitari col vinile di Calcutta (ospite nel pomeriggio dei Fitness Forever) sotto braccio, ai quarantenni che ti spiegano perché Battiato era già hyperpop nel ’99. Un bel mix generazionale che testimonia una cosa: un festival ancora vivo.
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