Recensioni

Partirei da un dato: secondo la mia piattaforma di musica in streaming, tra le prime dieci canzoni più ascoltate di Giorgio Poi la metà sono duetti, in quattro dei quali appare come ospite (dei vari Franco126, Frah Quintale, Francesca Michielin e Luca Carboni) e solo in un caso risulta essere il “padrone di casa” (nello specifico si tratta di La musica italiana, featuring Calcutta, traccia che chiudeva l’album Smog del 2019). Non so quanto sia lecito trarre senso da evidenze tanto effimere (scritte, diciamo così, su una sabbia virtuale), ma l’impressione è che finora il cantautore romano (acquisito, in realtà è di Novara) abbia galleggiato tra le linee, ritagliandosi momenti di fama relativa ma rimanendo ancorato al ruolo da comprimario intrigante, da underdog che prova a traslocare nei quartieri alti, ovvero insegue il cono di luce di un pop variamente cantautorale e prefissato it-, ma senza riuscirci perché nella calligrafia conserva elementi che fanno scricchiolare la norma, i tratti di un codice anomalo che se da un lato rende il suo linguaggio peculiare quindi efficace, d’altro canto gli preclude il livello di visibilità radiofonicamente elevata a sensazione.
Vale per quei testi che fanno slalom tra associazioni e inversioni di senso, tra stati onirici scombiccherati, in un continuo scambiarsi di posto tra banalità e profondità. Ma vale innanzitutto per la voce: a differenza di quella di tanti colleghi contemporanei benedetti da abbondanti streaming, la voce di Poi non sembra affiorare da un quotidiano immediatamente riconoscibile, non cerca identificazione immediata, anzi, con quella leggera (e invero strana) pitchatura naturale si colloca in una dimensione (s)falsata, intimamente artefatta, quasi fosse se stessa e al contempo la rappresentazione (vagamente caricaturale) di se stessa. E ciò si spalma a cascata su tutto ciò che esprime: lo spaesamento, il trasporto amoroso, quel ruminare delusioni, amarezze e desideri, il carosello abbacinato di fotogrammi incastrati tra meraviglia e rimpianto.
Schegge, album numero quattro che esce a tre anni dal piuttosto celebrato Gommapiuma, pare intenzionato a capitalizzare proprio questa alterità fisiologica per farne una specie di cavallo di Troia, ovvero un codice in grado di innestarsi dentro a un altro codice per farne propria la capacità di diffondersi in maniera più estesa. Detta così sembra il risultato di freddo e puro calcolo, invece il processo si consuma con una certa naturalezza e produce frutti interessanti: per dirla chiaramente, Giorgio Poi sceglie di regolare stile e registro sul modello della “canzone estiva melodiosa”, quella miscela cioè di miraggi accattivanti e languidi, bolle sonore dal peso specifico sospettosamente prossimo allo zero che però dissolvendosi scavano vuoti sconcertanti, come se fossero stregonerie piovute dal dominio dell’effimero a suggerire che l’impermanenza è la chiave di più o meno tutto, e non c’è mistero che non si dissolva nell’esaurirsi delle belle stagioni, nell’ipnosi che sospende il tempo produttivo e ti getta nel tempo senza tempo dell’anima.
Il titolo del disco allude alla frammentarietà che segue l’esplosione (“In questa grande esplosione siamo le schegge”) e la conseguente rottura degli schemi consueti, forse – mettiamola così – a causa della brusca accelerazione delle dinamiche relazionali in quest’epoca di iperconnessione e disintermediazione. Fatto sta che le nove tracce in scaletta (per circa mezz’ora di durata) sembrano appunto rallentare il tempo, cogliere la scheggia nel suo raffreddarsi a terra, nell’apnea amniotica del post-deflagrazione, mentre l’io-narrante unisce i puntini della polvere che intanto si posa e da ciò ricava visioni, memorie, riflessioni, trame piuttosto allucinate e slogate, appese a un incanto agrodolce, a una tensione spoglia, nel punto più o meno esatto dove l’euforia si rovescia in disforia.
Si senta Non c’è vita sopra i 3000 kelvin – passo androide narcotizzato e pastelli vintage di tastiere che fanno pensare ai Flaming Lips altezza Yoshimi – il cui piglio laconico sembra arrotolarsi in un malanimo senza sbocco, quasi devitalizzato (“non c’è un alibi più debole di un alibi di ferro”), oppure Tutta la terra finisce in mare, con quell’aria da ballatina dolciastra in una balera periferica che sprimaccia disincanto senza ritorno (“Sento un piede che scivola, come qualcosa che se ne va”), e soprattutto Un aggettivo, un verbo, una parola che slitta art-pop in una cortina fumogena di tastiere ipercromatiche – viene in mente il Rosario di Bella dei primi ‘90 – raggelando lo smarrimento fin sulla soglia dell’angoscia (“La sincerità di certi silenzi/Ci spacca a metà”).
Poi ci sono appunto quegli ordigni a pronta presa dalla vena amarognola che sembrano esistere per aggrapparsi almeno per un paio di mesi alle frequenze radio, tipo il wave pop acrilico di Les jeux sont faits (“Ci siamo spenti davvero io e te/E adesso siamo cenere”), il reggae resinoso di Giochi di gambe (“Non voglio niente da rincorrere o evitare/Sulle tue gambe batte un sole che mi fa morire”) e il melodramma ben temperato di Nelle tue piscine (“Si può morire senza morire, vivere senza vivere”). Detto che non manca il vezzo della traccia strumentale (la title track, mesta giocoleria di tastiere morbide e indolenzite), il cuore vero dell’album sembra risiedere tra la spossatezza radiosa di Delle barche e i transatlantici (“Soli sulla Terra nella gara dei confini”) e il valzer stralunato di Uomini contro insetti (“Mi guardo allo specchio prima di uscire/Per sicurezza per controllare/Si, sono io”), cioè in quel senso di pomeriggi sospesi nella canicola, di pensieri che sconfinano dal qui e ora e vanno a fare la tana dove tutto rallenta fino a smarrirsi e collassare. Come ti aspetteresti da uno che da qualche parte nel DNA reca tracce di certe fantasticherie abbacinate a firma Mac DeMarco e Tame Impala, ma anche – e qui il gioco dei riferimenti compie un balzo di cui mi assumo la piena responsabilità – del Brian Wilson alle prese con le sue chimere più rarefatte.
Tirate le somme, mi pare di avvertire in questo disco i tipici segnali da “ora o mai più”: Giorgio Poi meriterebbe almeno di occupare la stessa zona di campo coperta nel recente passato da Colapesce Dimartino, cioè di passare un’estate da contro-tormentone, da tedoforo di quel pop che non sai bene dove finisce l’intrattenimento e inizia il magone, di quel pop che è come uno spritz col retrogusto di pioggia. Se non ci riesce con un disco del genere, non vedo come potrebbe. Né quando, o perché.
Amazon
