Recensioni

Se nel 2021 si scrollava TikTok con intenti indagatori sui fenomeni disturbanti che la piattaforma genera a cascata, ci si poteva imbattere in un trend di video estremisti far-right. Poco sorprendente, vista l’ormai normalizzata nostalgia per le ombre più turpi dei primi decenni dello scorso secolo. L’incredulità arrivava, tuttavia, riscontrando che la canzone più diffusa come soundtrack di video sul suprematismo bianco e sul nazismo esoterico, era Little Dark Age, title track del quarto album degli MGMT (2018).
I creator neonazisti devono aver trovato tra le loro corde l’oscurità e la solennità delle tessiture di synth e basso del pezzo in questione, nonché il suo incedere meccanico da marcia militare. Il fatto che il pezzo fosse un’allusione dichiarata all’America di Trump e alla violenza razziale della polizia, non li ha neppure sfiorati. Non ha impedito loro di contribuire all’incremento di popolarità della canzone su TikTok, che a partire dalla pandemia ha invaso ogni tipo di video, dai classici balletti alle notizie di guerra.
Neonazisti a parte, il profilo su Spotify degli MGMT da quel momento ha più stream che mai, dal loro debutto del 2007, Oracular Spectacular. Le visualizzazioni su TikTok portano in linea diretta alle stream su Spotify. E questo è un problema per la musica pop. Le canzoni congegnate appositamente per andare virali sulla piattaforma sono la norma: ritornelli compulsivamente scintillanti e iper-catchy, fatti per attirare l’attenzione e assecondare l’orecchio pigro, scarsamente sensibile. Trenta secondi in cui si comprime tutta la forma canzone – ed è un formato compositivo su cui le case discografiche puntano sempre di più. Il rischio è che anche la migliore pop music si appiattisca, le melodie si banalizzino e le texture dei suoni si contraggano entro un range di frequenze pulite e patinate che ipnotizzano come un fischietto per cani. Così il video, nazista o meno, non si fa scrollare via e tiene incollati allo schermo.
L’indie-pop degli MGMT si riconferma di controtendenza rispetto a ciò. Dimostra che è possibile un pop raffinato e ricercato. In ogni disco, non è mai stato facile, mai sconti all’ascolto. Loss Of Life conferma questa linea più che mai: un disco che inizia con una poesia di un bardo gallese del VI secolo dopo Cristo, e termina con una title track la cui coda di dissonanze e cacofonie elettroniche pare lo spegnimento inesorabile di un’astronave nel gelo dell’iperspazio.
Questa ricercatezza rimane la chiave degli MGMT. L’inventiva, l’azzardo e l’immaginazione nel ricercare sempre la soluzione più inaspettata, come il filler di batteria che chiude il respiro del pezzo, o l’assolo di synth che lo apre, solo per poi farsi di nuovo stridente e scricchiolante. La novità al livello di suono, sta nell’assenza dell’electro-pop fatto di massicci synth eighties, il suono a cui gli MGMT vengono associati come marchio di fabbrica, ma solo perché ne hanno posto le basi nell’ascoltatissimo esordio. Ne hanno ripreso l’onda con l’ultimo Little Dark Age, ma Congratulations (2010) ed MGMT (2013) se ne allontanavano. Con Loss Of Life ci troviamo più alla loro altezza.
La forma su cui il duo punta in Loss Of Life è quella della ballata acustica, sempre contornata da una buona dose di psichedelia. Ce ne sono molte, almeno quattro. La sognante Mother Nature, People In The Street che gira attorno a un arpeggio semplice e dolce, Nothing Changes, vera e propria power ballad, col suo gioco dolceamaro tra basso e linea di chitarra riverberata che si inseguono, e la ninnananna di cristallo Phradie’s Song. E se ne potrebbero aggiungere altre che, pur nella loro particolarità, sono costruite su un giro basilare, da ballata appunto: Dancing In Babylon, con Christine and The Queens, ne è un esempio, tra gli intermezzi elettronici si muove leggiadra su accordi aperti di piano, prima di sfociare nel finale danzereccio à la New Order.
Ne risulta un pop luminoso e delicato, che contrasta col titolo dalle tinte nichiliste e lascia spazio alla possibilità di sentirsi ancora vivi e assaporare la preziosità di certi attimi troppo spesso tralasciati, nonostante la devitalizzazione e deumanizzazione che la nostra Little Dark Age ci impone. Così, anche se in Nothing Changes c’è il lamento alienato per l’endless straining del quotidiano, invece in Mother Nature VanWyndgarden canta, ironico ma sereno: “Come take a walk with me down billionaire’s row / Trying to keep our balance over zero / We’ll write the fairy tale for the rest of our lives / Throwing the trash away one more time”.
Tuttavia, in un disco da dieci tracce, così tante ballate lunghe e ravvicinate corrono il rischio di annoiare. Infatti la penultima I Wish I Was Joking, nonostante il tema forte della dipendenza da sostanze, rimane indigesta e suona melodrammatica. Insomma, il rischio TikTok è tenuto ben alla larga, ma si accusa un po’ la mancanza di canzoni da alta rotazione, che sentiresti e risentiresti ad anni dall’uscita del disco, e che possano essere godibili soprattutto su un piano viscerale, più che intellettuale. Le poche canzoni che riescono in questo sono quelle che fuoriescono leggermente dal flusso atmosferico dell’album – e, per coincidenza, anche quelle in cui i riferimenti si fanno ingombranti: il britpop nella già citata Mother Nature, il cui bridge potrebbe essere cantato da Noel Gallagher, ed in Bubblegum Dog, che è Blur fino al midollo; un tenero folk in Nothing To Declare, che guarda a Simon & Garfunkel anche nel cantato, per agghindarli di psych. Semplicemente delle belle canzoni, prese individualmente, – sarebbero forse potute figurare anche in Oracular Spectacular o Congratulations – che tuttavia non aggiungono molto al senso unitario dell’estetica di Loss Of Life.
Nel complesso, in Loss Of Life gli MGMT sembrano molto a loro agio, incuranti di trend, e soprattutto di preconcetti o aspettative su ciò che la loro musica dovrebbe essere. Si nota nel fatto che VanWyngarden pare cantare d’amore e tenerezza con un’inedita sincerità ed innocenza, in modo trasparente e diretto, lasciandosi dietro buona parte dei suoi strati di ironia. Forse, una volta toccato il picco della stardom, hanno capito che non sono davvero fated to pretend (Time To Pretend, Oracular Spectacular).
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