Recensioni

7.3

Prendendo come pietra d’angolo Dave Fridmann e una frase di Donald Glover permutata come il prezzemolo, gli MGMT erano (sono?) i Flaming Lips della loro generazione, o perlomeno, la scommessa era quella nell’anno in cui la bolla nu rave scoppiava, Burial piantava i chiodi sulla bara del rave e gli Of Montreal trovavano la quadra in una curiosa e parallela strada a base di sixties e indie disco. Quell’anno il duo usciva con un esordio che diventa immediatamente un’insperata opera generazionale, quando di generazioni sembrava pure assurdo parlare nell’epoca immediatamente precedente all’arrivo dei social. Era il disco con quel trittico di anthem che surfava beffardo sul definitivo schiacciamento spazio temporale, sulla grande recessione che ci investirà tutti, sui Primavera Sound quando i palchi erano la metà e i Battles presentavano Mirroed, il lato luminoso e collegiale di quell’Untrue supernova che tutto risucchia, l’ultima Dancing Queen di un’epoca ancora da celebrare e difficilmente celebrabile, visto il persistente peso del secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle (e a cui siamo condannati a ritornare in sæcula sæculorum).  

In un mondo parallelo à la Rick and Morty in cui Coyne e co. ottengono, con She Don’t Use Jelly, lo stesso successo di Creep dei Radiohead (e Creep non è scopiazzata da quel brano degli Hollies), il management di due newyorchesi (i cui conti saranno destinati a non tornare mai) deflagra in modo così clamoroso che manco loro se ne capacitano. Il successo li attraversa, li travolge, ma il piano, covato nel lustro che separa la nascita della sigla dal disco d’esordio, è un altro. La fama, con Fridmann nei panni di George Martin a vegliare su di loro, darà loro la stura per immaginare quei Clouds Taste Metallic e In Rainbows che, più poi che prima, tra uno scherzone e una provocazione avant-pop, avrebbero escogitato, il tutto alla maniera di manager dell’assurdo dove il plan è sempre stato un no plan, dove il marketing è anti-marketing, dove il successo equivale alla morte dei sensi sotto forma di chiusura del portale per l’altro mondo.

Moltiplicando le ambizioni, staccandosi da terra e dal loro tempo per ambire a uno schizofrenico status extra-newyorchese, da autoproclamati artigiani art pop senza cazzi e mazzi, Benjamin Goldwasser e Andrew VanWyngarden, sempre con gli Abba in testa e con il Brian Eno sciupafemmine (del periodo immediatamente successivo ai Roxy Music) nel cuore, rispondono al milione di copie vendute del debutto con Congratulations, centro pieno della loro sgangherata saga, con Peter Kember al posto di Fridmann che par messo lì per dimostrare a loro stessi che ce l’avrebbero fatta ugualmente a suonare carolliani (proprio come in quel disco dei Mercury Rev) ed esagerati (come in quei cinema a vedere Rocky Horror), anche senza di lui.

Attraversando le canzoni come porte della percezione, ecco che una Lady Dada’s Nightmare, con le urla pinkfloydiane al seguito, arriva inevitabile, ed è giù per quella china che arriva un seguito omonimo che i fan della prima ora, ancora più incarogniti, accolgono, tirando addosso al duo tutto ciò di cui dispongono, se non che loro rispondono omonimo, come a ribadire che il gesto non era casuale, ma assolutamente deliberato. C’è da dire che i nuovi Alien Days imbastiti dalla magnifica coppia in quella terza prova cascano a metà del guado. Le canzoni, più scure e anche dimesse, gli arrangiamenti quadrati, sintetici, dai suoni saturi e puntuti, portano all’evidenza un’atmosfera anche opprimente, un po’ da Barrett accovacciato sul pavimento (senza underground hit) e un po’ da vergini suicide, eppure senza la magia che un altro ben noto duo aveva saputo racchiudere in quella splendida colonna sonora di quell’altrettanto indimenticabile film. Non stiamo parlando di un fallimento, come s’è letto spesso in giro, ma di un bicchiere che a seconda di come lo osservi risulta enigmaticamente mezzo pieno o mezzo vuoto quello sì, ed è il suo bello d’altronde (stessa cosa dicasi per i Lips di The Terror con il coevo Fridmann sempre dietro al vetro).

Non è un mistero che gli MGMT non vivano bene il nostro tempo. Ora lo sappiamo, la nostra è una Little Dark Age, proprio come quella di reaganiana e thatcheriana memoria, dove la solitudine si riflette sullo schermo di uno smartphone, ma in cui quel Little sta a indicare che la luce fuori dal tunnel, la vedi, c’è. I nuovi raggi di sole si rifrangono sulla cangiante effervescenza di un disco serrato nelle ritmiche di una prima parte dal tocco moroderiano, euro pop col mascara nero, oppure angolato su una Los Angeles che gli anni li sente tutti (una non splendida She Works Out Too Much, tra Olivia Newton-John e Ariel Pink). Cala anche da queste parti lo strobo nero, eppure gli spazi rimangono aperti e luminosi, svagati come dieci anni fa, cotonati come non li sentivamo dall’esordio. Parliamo di due instant classic in scaletta come When You Die, in pratica la loro China Girl, raddoppiata da un’altra rotondità pop chiamata Me And Michael. Essenze profumate, da nuovi romantici, roba che gli Mgmt così Miami Vice sul centrocampo pop strofa/ritornello non li abbiamo mai ascoltati, manco sull’oracolo spettacolo.

Del resto questo, anche e soprattutto grazie a Patrick Wimberly (metà dei Chairlift e già al lavoro con Blood Orange, Kelela e altri) che co-produce assieme a Fridmann, è l’album synth pop degli Mgmt, quando per synth pop intendiamo quello mainstream al culmine del decennio edonista. Quello dove tutto (copertina a parte) torna a filare liscio (o quasi). Difficile che si parli di disco definitivo per loro, men che meno di quello della maturità, sono termini questi che suonano anche un po’ patetici nei confronti di chi ora fa surf sulle onde radiofoniche col dragone/cagnone di Never Ending Story, tra lucciole e neon (giusto per non smentirsi). Viceversa, non abbiamo tra le mani e le orecchie il più riuscito tra i lavori prodotti finora (che a parer del sottoscritto rimane Congratulations), ma l’ennesimo obliquo canzoniere, questo sì, che riesce a giocar intelligentemente con la nostalgia e il rimando temporale, proprio come l’ultimo album dei Phoenix.

Andrew VanWyngarden e Ben Goldwasser, se non esistessero, bisognerebbe inventarli, e se li inventassimo noi li faremmo più Ariel Pink o John Maus che Air e Charlotte Gainsbourg (il ritornello di TSLAMP). Al netto degli 80s, dei lentoni smielati da prom night, a schiumare c’è (nuovamente) questa visione di album come contenitore di possibilità; viceversa qui alberga l’idea di pop luminoso alla fine del tunnel, come frivola (ma indispensabile) alchimia, musica del viaggio e della memoria (Days That Got Away, col titolo che dice già tutto). Quando il disco finisce è già pronto per il repeat, e l’incantesimo si ripete. Il mistero Mgmt rimane intatto. Buon pop non mente.

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