Recensioni

Le vie del rumore, si sa, sono infinite e pure lastricate di spie al rosso, ma vedere per la prima volta incrociare i propri percorsi tre mostri sacri del rumore quali Iggor Cavalera (fondatore e batterista dei Sepultura, potrebbe bastare in ogni curriculum), Eraldo Bernocchi (Sigillum S e praticamente chiunque abbia lambito i territori industrial, elettronici e d’avanguardia) e Masami Akita, meglio noto come Merzbow (non credo ci sia bisogno di presentazioni o curriculum: Merzbow è Merzbow), fa davvero impressione, al punto che mette paura sin dalla press sheet.
Esattamente come dev’essere trovarsi nottetempo in una foresta pluviale, come suggerisce il titolo: spaesati, confusi, attanagliati dal senso di smarrimento provocato da rumori ambientali che giungono da ogni direzione, esattamente come quelli che inaugurano la prima delle due lunghe suite in cui è suddiviso l’album, ossia Swietnenia Macrophylla (l’albero da cui si ricava il mogano), prima che divenga una marea montante di harsh noise ruvido e ritmicamente carsico, elaborato al guado tra regno organico (i field recording processati che ne formano l’ossatura) e mondo digitale (la computer music impazzita della chiosa).
Le stesse traiettorie segue l’altra suite, Ceiba Pentandra, misterica e haunted nei suoi sviluppi iniziali e pienamente in modalità power noise nella sua parte centrale, in cui le sorgenti primigenie dei suoni divengono arma sonica devastante (la pioggia che si stratifica e deforma in puro rumore bianco). Se l’obiettivo dichiarato del trio era quello di ricontestualizzare le proprie pratiche sonore concentrandosi su “texture, atmosphere and sensory overload” e finalizzandole verso una sorta di “meditative music”, beh, direi che è stato pienamente raggiunto.
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