Recensioni

7.3

Due grossi calibri del (grossomodo) industrial e una violoncellista che uniscono le forze rievocando, nel titolo dell’album ma non soltanto, il capolavoro di Orson Welles Citizen Kane, da noi Quarto Potere. È infatti la dimensione visiva, e di conseguenza visionaria, e di conseguenza ancora evocativa, unita a una sorta di riflessione sul ruolo dei media e della memoria/oblio, condensata ovviamente nel riferimento al “Rosebud” del film, a farla da padrone in quello che sulle prime appare come un lavoro grossomodo ascrivibile al versante “ambient suonata”/post-rock “pre-apocalittico”, ma che va via via strutturandosi e stratificandosi mostrando un suono vario e corposo. Nelle sei lunghe tracce che compongono l’album, infatti, si vanno a lambire lande sonore limitrofe non dico allo sludge o al doom, ma quasi, non tanto nei suoni, quanto nella costruzione e nello sviluppo delle tracce.

Eraldo Bernocchi e FM Einheit si fanno accompagnare in questa ricognizione negli inferi dal violoncello di Jo Quail, pronta a contrappuntare il materico incedere del secondo – metalli, sabbia, pietre, strumenti edili, si legge nell’armamentario utilizzato per questo Rosebud – e i clangori delle chitarre baritone del primo in un percorso suggestivo e monolitico che non è mai monocromatico, passando con nonchalance da lunghe, catacombali esplorazioni (Xanadu) a passaggi insieme materici ed evanescenti (Kangoo), per finire con plumbei passaggi “funeral-doom” dal sapore cinematografico (A Moment) che è tutto uno strofinio di corde e uno sfiorare materiali o crescendo catartici (la conclusiva The Inquirer) che sono realisticamente il paradigma dell’intero lavoro. Lavoro che è uno dei migliori ascoltati in questo scorcio d’anno, anche se uscito sul finire del 2017.

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