Recensioni

Mereba, nome d’arte di Marian Azeb Mereba, si è presa il suo tempo per tornare sulle scene discografiche. Nessuna fretta, nessuna rincorsa alle tendenze: The Breeze Grew a Fire, suo secondo album in studio, è frutto di una gestazione lenta e meticolosa, dove ogni nota, ogni percussione, ogni ritornello trovano il proprio posto con una naturalezza disarmante. Nessuna spettacolarità forzata, nessun artificio shock, solo un’essenzialità raffinata che da sempre rappresenta il cuore pulsante della sua musica. Eppure, qualcosa è cambiato. C’è un’aura di introspezione più profonda che segna il suo percorso evolutivo, portandola a un nuovo livello espressivo.
La protégé di Dreamville, etichetta dei blasonati J.Cole e JID, Mereba ha trascorso gli ultimi anni lontana dai riflettori. Dopo l’ottimo EP AZEB nel 2021 e la collaborazione con il collettivo Spillage Village in Spilligion, il suo ultimo lavoro solista risaliva addirittura al 2019 (The Jungle Is The Only Way Out). Sei anni dopo, l’artista torna con un bagaglio di esperienze nuove: 34 anni, una figlia, una consapevolezza più matura che si riflette nella sua musica. L’R&B minimalista e intimo che ha sempre caratterizzato il suo stile rimane centrale, ma qui prende una forma ancora più concreta grazie alla collaborazione con Sam Hoffman, ormai una certezza nel suo percorso artistico.
La voce di Mereba è il perno di tutto: limpida, sobria, accogliente, veicolo di una poetica che si distanzia dall’edonismo e dalla sessualizzazione spesso dominanti nel genere. Un approccio che la avvicina, per sensibilità, a un’altra cantautrice come UMI. La scaletta dell’album è snella e priva di ridondanze, muovendosi tra sussurri e suggestioni soffuse che evocano l’estetica di Bon Iver e James Blake (Sanctuary), il soul astratto di Erykah Badu (Counterfeit), la fluidità emotiva di Frank Ocean (Out of the Blue). Le strumentali sono ridotte all’osso, giocate su pochi elementi che si intrecciano con equilibrio, seguendo un processo di sottrazione che lascia spazio alla voce e all’atmosfera.
Il tempo, così, sembra rallentare. La musica si fa rifugio meditativo, spezzando la frenesia quotidiana e lasciando spazio alla riflessione. Mereba esplora la crescita personale (“Ma giuro che quando sono diventata più grande ho potuto vedere tutto l’oro dentro di me, quindi metto un lucchetto sul mio santuario”, canta in Sanctuary), l’amore nelle sue molteplici forme – fraterno (Phone Me), materno (Starlight (My Baby)), romantico (Hawk), per sé stessi (Spirit Guiding).
La brezza, simbolo di cambiamento e riscoperta, ha alimentato il fuoco interiore senza distruggerlo, ma trasformandolo in una fonte di calore rassicurante. Mereba lo racconta nel brano che dà il titolo al disco: “Una brezza che arriva lentamente nel mio spirito, un calmo promemoria di chi ero prima del peso… Una passione risiedeva da qualche parte dentro di me”.
Alla fine del viaggio, ciò che resta è una nuova consapevolezza, per lei e per chi l’ascolta. Con classe e sobrietà, Mereba si conferma un’artista fuori dagli schemi: nessuna immagine artefatta, nessun nome di richiamo a supportarla, nessuna ricerca dell’hype a tutti i costi. Ha fatto il suo, e l’ha fatto con una grazia che non ha bisogno di ostentazioni.
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