Recensioni

6.9

L’ultima serata di Glastonbury 2024 verrà ricordata probabilmente come una delle più scialbe della storia recente. Dopo l’incredibile show di Kendrick Lamar nel 2022 e il commovente addio alle scene di Elton John nel 2023, in occasione dell’atto finale del celeberrimo Festival inglese a fare capolino nel Pyramid Stage come headliner è stata SZA che, con un set che ha riscritto il concetto di basico, è riuscita nel non banale intento di performare davanti a una platea sempre più vuota. Non è un caso quindi che parte del pubblico si sia spostato sui palchi adiacenti a quello principale, con i set in contemporanea dei The National, London Grammar e, non ultimo, James Blake.

Proprio il musicista inglese si è reso artefice di uno show di alto profilo al Woodsies Stage appena quarantottore dopo l’uscita di Bad Cameo, joint album condiviso con Lil Yachty, di cui però non è stato inserito alcun brano in scaletta, chiaro indizio di quanto si tratti di un side e non di un main project. Invece del rapper di Atlanta, a grande sorpresa, a fare capolino sul palco è stato il padrone di casa Dave, il quale ha eseguito con Blake Both side of a smile, passaggio perfettamente incastrato in un live a cavallo tra post dubstep, minimalismo, ambient ed elettronica, ormai marchio di fabbrica della poetica del nativo di Enfeld predominante anche nell’album collaborativo con Yachty.

Un progetto accompagnato da una grande portata di hype, in quanto mette a confronto due personalità solo sulla carta lontane tra loro, considerata soprattutto la grande proliferazione di collaborazioni del britannico in qualità di producer in numerosi dischi hip hop e urban di rilievo. Basti pensare al già citato Kendirck Lamar oppure a Jay-Z, Beyoncé, Andre 3000, Travis Scott, Rosalìa e tanti altri. A questo si aggiunge la componente più sperimentale dello statunitense che, con l’ultimo album Let’s start here, ha abbandonato la canonicità trap abbracciando delle contaminazioni più psichedeliche e rock.

Le premesse lasciavano presupporre una convergenza tra le due personalità in nome di qualcosa di nuovo. Incontro che tuttavia è rimasto più nella teoria che nella pratica. Nel corso dei dieci brani infatti l’impianto sonoro si fonda pressoché interamente sull’esperienza di Blake, mentre la mano di Yachty si vede più che altro nelle sfumature.

Tra pianoforti distorti e pattern ritmici frammentari (e minimali) appare chiaro il rimando a Blonde di Frank Ocean, grande reference del precedente album del trapper che lascia un po’ cadere quell’effetto sorpresa che ci si era prefissati a scatola chiusa. Tuttavia, se mettiamo da parte le aspettative, il disco rimane godibile e con alcuni passaggi di rilievo: basti pensare a In Grey, episodio di ampio respiro in cui le atmosfere pastorali lasciano progressivamente spazio prima a delle micro improvvisazioni vocali e, successivamente, all’ingresso di synth e di una ritmica che si avvicina alla trap. Buona anche Twice, altra suite in due sezioni in cui nel finale si palesa lo spoken word di Yachty. Notevole poi Midnight, dove emergono echi di Thom Yorke combinate con le vibes della Billie Eilish di Hit me hard and soft.

Ma la vera magia scatta non appena le due personalità convivono davvero in modo complementare. Accade ad esempio in Missing Man, dove a funzionare è proprio l’impasto vocale tra le due voci che si ritrova anche nella conclusiva e spettrale Red Carpet. L’appeal si perde invece in alcuni casi di pura maniera: Transport me sembra un classico pezzo del rapper imbastito da una buona produzione di Blake, mentre al contrario Woo e Run away from the rabbit sembrano pezzi usciti unicamente dal cilindro del cantautore inglese.

Quando convergono due artisti con un’idea creativa molto marcata si può rimanere schiacciati dal peso dell’entusiasmo, dimenticando che spesso progetti come i Joint Album possono nascere semplicemente dal piacere della condivisione, senza particolari ambizioni. Ovviamente non si fa mai nulla per caso – Per Yachty è un chiaro consolidamento verso la parte alternative del rap dopo Let’s start here – ma non tutti i dischi collaborativi nell’hip-hop partono dall’esigenza di cambiare a tutti i costi le regole del gioco. Bad Cameo non è rivoluzionario, bensì un divertente compromesso, per larga parte ben riuscito.

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