Recensioni

7.1

Nel maggio 2016 abbiamo avuto modo di ascoltare la magia di Blackened Cities, restando ipnotizzati dalla sapiente forza immaginifica di un unico brano lungo 25 minuti. A un anno di distanza Melanie De Biasio è tornata con nuovo album dal titolo Lilies che arriva dopo un periodo di silenzio forzato imposto dai medici a seguito di un’infezione polmonare contratta in tour; per questo nuovo album l’artista belga si è ritirata a lavorare in una sorta di caverna platoniana con i suoi pro-tools, un computer e poco altro. Niente grandi studi di registrazione, solo una stanza familiare in cui dare vita a una produzione sì scarna ma decisa e ardente. Dopo l’uscita dell’ottimo No Deal nel 2013, lo status artistico di Melanie De Biasio si è velocemente trasformato: da piccolo nome venerato in madrepatria, la cantante jazz ha conquistato un pezzo di pubblico molto più vasto, anche grazie agli apprezzamenti da parte di colleghi come Phillip Selway dei Radiohead, Damien Rice, Eels fino ad Arno.

In questo quarto capitolo la cantautrice ha cercato un approccio tradizionale, fedele alle sue origini, per tornare all’essenza della creatività. Registrato lontano dalle comodità tecnologiche dei grandi studi, il disco è nato nello studio casalingo del multi-strumentista Pascal Paulus, suo fedele complice da anni, che ha co-diretto il disco. Una raccolta di ballate nebbiose, alcuni delle quali riescono ad evocare il viaggio crepuscolare dei Portishead, mentre altre si lasciano scorticare dai violini (su tutte la superba Brother). I nove brani di Lilies catturano immediatamente a partire dall’apertura Your Freedom Is The End Of Me, con quella tipica narrazione accompagnata dal pianoforte che ricorda un’immersione in qualcosa di misterioso e febbricitante. Sin dalle primissime note una cosa è chiara: la polistrumentista Melanie De Biasio è pronta ad ammaliarci un’altra volta. Condividere la stessa vibrazione assieme alla necessità di considerare ogni esecuzione come un momento unico sembrano essere i due poli della De Biasio, qui pronta a lanciarsi in mondi nuovi ma sempre tenendo ben presente le radici.

In passato, i media più abitudinari potevano esser felici di catalogare la musica di Melanie De Biasio nel reparto jazz ma con Lilies la cantante mette tutti alla prova, sconfiggendo abilmente le regolamentari classificazioni, come ha confessato parlando del nuovo disco, «Capisco che la gente abbia bisogno di riferimenti, ma personalmente ho l’impressione di non restar ferma a un genere particolare. Quando inizio una registrazione non so mai dove andrò a finire. Lavoro con istinto, senza una mappa o una bussola».

Sempre alla ricerca di altri suoni, altre sfere sonore, la De Biasio, armata di una voce sensuale e poco altro, si ispira qui a Mark Hollis dei Talk Talk e a Nina Simone carezzando ruvidamente una luce in fondo all’abisso: l’irrequietezza ansimante della splendida Gold Junkies si immerge per lidi trip hop prima di offrire un giro psichedelico, fantasmi blues e jazz. C’è un fil rouge che lega questo brano quasi lynchiano al lavoro, o gioco molto lungo, che dir si voglia, fatto con Blackned Cities, pronto però a segnare un passaggio, una muta languida rispetto al passato. Vi è una frenesia pulsante nelle percussioni veloci, nella melodia che scorre lungo i tre minuti e diciannove secondi del brano.

E la De Biasio si avventura ancora oltre portando a uno scontro morbidissimo tutte le nevrosi personali, le ombre più oscure nell’eccelsa Your Fredoom Is The End Of Me, in cui Bessie Smith sembra andare a braccetto con i singhiozzi lussuriosi dei Portishead. Spinta qui all’estremo, la sua sofisticazione si manifesta nelle disposizioni, nella produzione e nei testi delle canzoni scritti con l’aiuto di Gil Helmick, poeta americano di Portland, pronto a una narrazione penetrante, così come natura up-tempo del pezzo. L’atmosfera dei nuovi suoni si arrocca sull’insicurezza, sul dubbio creato da appunti strappati alla tastiera. Lungo il brano, la linea di basso, i cori e i tamburi mostrano la difficoltà di definire la propria libertà nel rispetto dell’altro, ritrovata giusto negli accordi finali. Dagli archi tesi e frementi di Brother all’elettronica sottilissima e puntuale di Afro Blue dipinta da un ammaliante flauto traverso, le piccole melodie di Lilies trovano sfogo in grandi emozioni, aprendo nuove direzioni, sempre più ampie, al fenomeno del jazz cantato. Il turbinio grave che scuote Let Me Love You è un vero tuffo in suoni e percussioni dove il cantato della De Biasio tiene le note per sottolineare, in mezzo a sospiri affannati, un mantra sostenuto da poche note di piano. Notturna, come il momento in cui è stata scritta in un hotel di Parigi, si rivela la fascinosa Sitting In The Stairwell, un brano il cui ritmo è scandito dallo schioccare delle dita; non ci sono strumenti, se non si considera la voce vibrante e generosa della De Biasio. Il finale affidato a And My Heart Goes On ricorda il battito cardiaco, ritmo quotidiano di un’arte della rianimazione per un brano sussurrato che si tramuta presto in una sequenza noir, una fragranza antica e sontuosa.

Come un guanto di velluto, la voce della belga arriva a perforare il cuore, bisbigliando al timpano una solennità magnetica: è l’alchimista malinconica a muoversi spavalda in un gioco di ombre e luci, è un battito sordo che dirige la sorgente di un pianoforte o di un flauto, è questa la rarità che sublima il silenzio alla fine del nono brano, è solo un disco breve che non si chiude tanto facilmente. Di gigli, lilies, così profumati non se ne sono mai sentiti poi così tanti.

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