Recensioni

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Sei anni sono lunghi, soprattutto se hai alle spalle un esordio come A Stomach Is Burning che ti è valso premi e riconoscimenti, e che ti ha fatta eleggere dalla stampa come la nuova promessa del jazz del tuo paese, il Belgio, e della Francia. In questi anni, comunque, non sparisci, ma presti la tua voce vellutata a diversi progetti, in collaborazioni che sono anche di un certo prestigio, come quella con il sassofonista Charles Neville. Ma rimani confinata dentro ai paesi francofoni, che ti adorano, ma non sono il mondo. Serve un svolta, niente di troppo brusco, ma un allargamento dei confini estetici della tua musica.

Sono queste le premesse di questo No Deal, originariamente pubblicato in patria nel 2012 (e registrato a cavallo tra 2011 e 2012) e ora esposto al pubblico di tutto il mondo, tour mondiale (o giù di lì) compreso. Il primo paragone che viene in mente è quello con in Portishead: niente (o quasi) elettronica, ma quelle atmosfere dark che hanno reso celebre il gruppo inglese. Certo, non c’è la chitarra di Geoff Barrow, fondamentale nel sostegno della voce straordinaria di Beth Gibbons, ma Dummy e Third devono essere andati in heavy rotation nell’iPod della De Biasio in questi sei anni: ascoltare l’incipit vocale di I Feel You per capire, oppure The Flow e i suoi pattern batteria/synth/basso. In altri momenti (per esempio in With All My Love) si ha l’impressione di avere a che fare con una versione più normalizzata di PJ Harvey, quella di White Chalk. Su tutto aleggia una forza narrativa che rimanda alle Murder Ballads – sempre in territorio dark come si può capire – di Nick Cave, pur non avendone la irruente portata rock.

Ma non c’è dubbio che la matrice jazz delle origini non è scomparsa, quanto piuttosto si è fatta fagocitare da un’idea di sound più ampia e vasta, come di definizione di un’anima. Brava a non fare – glielo auguriamo – la fine della figlia di Ravi Shankar, ma durante questi 33 minuti e rotti di dichiarazione d’intenti che è No Deal si ha l’impressione che si siano privilegiate le atmosfere sulle canzoni, tanto che in alcuni punti sembra di assistere a una lunga variazione dark su di un classicone jazz come la Fever portata al successo da Peggy Lee negli anni Cinquanta. Se ne sono innamorati in molti e molti altri ancora se ne innamoreranno, con l’implicita ammissione che oggi la scrittura di buone canzoni non è indispensabile per il successo quanto il bollino di esteta di qualità

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