Recensioni
Echo & the Bunnymen, Diodato, The Murder Capital, Skunk Anansie
Medimex 2023
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Luigi Lupo
- 21 Giugno 2023

La brezza che soffia sulla rotonda del Lungomare di Taranto profuma di speranza. E di riscatto per una città che, falcidiata dal conflitto tra lavoro e difesa dell’ambiente, tra sviluppo econonomico e salute, trova in Medimex, nella musica, nelle parole delle canzoni, nei riff di rock, un’isola di pace. Dove si ritrova una comunità che la musica la vive come un rituale, un mestiere, un’idea. Di apertura e progresso. Quantomai necessari in un periodo di arretramento politico e culturale.
L’edizione 2023 del festival, promosso da Puglia Sounds, il programma della Regione Puglia per lo sviluppo del sistema musicale regionale attuato con il Teatro Pubblico Pugliese, va in archivio con un successo di qualità e quantità. Per la prima basta vedere i nomi in cartellone, le emozioni delle performance di icone come Tom Morello o gli Skunk Anansie, per la seconda parlano i numeri. Grande partecipazione – si legge nella nota finale di un ufficio stampa sempre accogliente e preciso – a tutti gli appuntamenti, sold out delle strutture ricettive di Taranto, importante visibilità mediatica e una copertura globale di più di 1milione 300mila utenti raggiunti sui social. Dati importanti che rivelano una lieve prevalenza di pubblico femminile e una fascia d’età mediamente compresa tra i 25 e 55 anni.
Utenza social nazionale prevalentemente pugliese ma con alta interazione dalle regioni Lazio, Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte. Utenza social internazionale proveniente da (in ordine di copertura e interazione): Regno Unito, Spagna, Francia, Germania, Grecia, Stati Uniti, Portogallo, Svizzera, Belgio. Più di 400mila interazioni con i post e 300mila condivisioni. Circa 2mila stories condivise dagli utenti indicizzate tramite l’utilizzo dell’hashtag #Medimex2023. Oltre 300 gli operatori del settore che hanno partecipato alle attività professionali e di networking.
Percorsi che raccontano di una musica che non si esaurisce solo nell’ascolto sotto palco ma che offre percorsi di contaminazione con l’arte – la strepitosa mostra su Lou Reed – le immagini, i racconti. Come quelli di Gino Castaldo ed Ernesto Assante dedicati, tra gli altri, a Lucio Battisti (in cui hanno partecipato anche i Baustelle) fino a quello curato da Serena Brancale sulle icone della black music.
Il palco della rotonda del Lungomare è, invece, il trionfo delle chitarre, di quel ruock lontano dal presente musicale ma ormai catalogabile come classico, sempre valido per liberare energia e sentimenti.
La prima serata
L’intimità e l’introspezione, la malinconia e gli slanci vitali aprono la prima serata di concerti dell’edizione 2023 di Medimex. C’è da perdersi nei sentimenti anche quando, intorno alle 21.30, Ian McCulloch, in pieno oufit brit-pop e occhiali da sole, si avvicina al microfono e, assieme ai suoi Echo & The Bunnymen, libera, in una forma intima e introspettiva, la prosa del gruppo, al 45° anno di attività. I suoni sono quelli tipicamente 80s, new-wave e post-punk in salsa psichedelica. I grigi della Gran Bretagna e il calore delle melodie. Sullo sfondo, la distesa marina e l’area industriale del porto.
Lo sguardo su un mondo che sembra non essere mai cambiato. “Don’t you wanna know what’s wrong with the world? / Everywhere there’s people with no flowers in their hair” – canta Ian nell’apertura Going Up: il pubblico, non solo nostalgici del periodo, si lascia trasportare. È un un’onda di ricordi ma quelle del gruppo di Liverpool sono istantanee senza tempo che ripercorrono l’intera attività del gruppo.
Non possono mancare The Cutter dall’album di successo Porcupine (1983) – tra chitarre, tastiere e una certa cupezza vocale che non possono non richiamare i Joy Division – e ancora The Killing Moon dal disco Ocean Rain che Ian, rivolgendosi al palco, definisce la “miglior canzone tra quelle da lui scritte”. Come dargli torto. Un’elucubrazione pop, altamente orecchiabile e cantabile, con quell’apertura di chitarra quasi etnica, sul confine, lo scontro e l’incontro, tra destino e libero arbitrio, tra Dio e noi. E una linea melodica entrata nella storia, passata dalla colonna sonora di Donnie Darko (2001, Richard Kelly) a quella dell’acclamata serie tv Yellowjackets, sino alla ventilata notte del Medimex.
Diodato, pop contaminato
Dopo la canonica birra da cambio palco, apre le porte al padrone di casa, Diodato. Facile ricordarlo per la sua Fai Rumore, vincitrice a Sanremo 2020, ma il cantautore tarantino, anche se nato ad Aosta, ha tanto altro da dimostrare. Innanzitutto ha con sé una produzione e una band di primissimo livello: suoni che contaminano il pop con sfumature a volte rock, altre funky, emozionanti aperture orchestrali e naturalmente la sua limpida voce. Il repertorio è vasto: al Medimex porta il meglio dei suoi cinque album e attraversa gli animi dei “supporter” con parole d’intimità che si fanno preghiera universale. Come nell’opening, Ci Vorrebbe un Miracolo, nella seguente Un’Altra Estate fino alle confessioni di Ubriaco.
La musica di Diodato attraversa un ampio spettro delle emozioni – i testi e gli arrangiamenti oscillano tra malinconiche visioni e impeti di rinascita – può cadere una lacrima che odora di tristezza come di pienezza. Non è questo che si cerca dalla musica?
Niente morbidezza, spazio al rock
Non c’è spazio per la morbidezza nella seconda serata live. Irlandesi, provenienti da Dublino, i Murder Capital rientrano, a pieno regime, in quella schiera di band che sta dando nuova linfa e prospettive al post-punk assieme a Fontaines D.C, Shame e altri ancora. James McGovern, dal microfono ai movimenti sul palco, è un moderno Ian Curtis: voce roca e roboante, posa plastica in un viaggio emotivo e riflesso, sorretto da basso motorik e chitarre che portano graffi e melodie in cielo.

Sin dall’apertura For Everything, la porta di ingresso nello spleen carismatico dei Murder Capital: “I am the underworld, the one you want to leave/A Frail democracy, benign treaty, courageously foreseen, dreamed”. Ed è già manifesto di un gruppo che esprime personalità, arrangiamenti che, pur rientrando in un ambito ben noto, sanno sorprendere per originalità. Come nei ritmi sincopati e negli accordi graffianti di A Thousand Lives, dal secondo album Gigi’s Recovery, da dove prendono anche la title-track. E poi l’acclamata cavalcata Return My Head: sognare ad occhi aperti, muovendo le spalle e le gambe, e la testa che vola (Return my head/ And throw it to the crowd/Return my head/ And see it for what it is now).
Skin e il pubblico, un’unica amalgama
Ma se i Murder Capital sprigionano l’adrenalina della piazza della Rotonda di Taranto, gli Skunk Anansie ne permettono la libera circolazione nell’atmosfera. Quello della band di Skin – è noto – è un rock fuori dal tempo a cui l’etichetta di classico non è un disonore, anzi. La band resta in una forma smagliante, Skin è impeccabile, avvolta in giacca e pantalone robotici e con una voce che penetra gli stomaci. E fa cantare e saltare a squarciagola. La scaletta è densa di regali: si parte con le politiche Intellectualize my Blackness e Yes it’s fucking political in cui si crea un amalgama unica tra le chitarre di Ace, il basso di Cass, le urla melodiche di Skin e il coro del pubblico.

Un pubblico che si emoziona, quasi in lacrime, quando la cantante scende dal palco e canta I Can Dream tra le prime fila. Il feeling è sempre più saldo. E ancora la carica liberatoria di My Ugly Boy, lo sfogo su di un’amicizia “tossica” di Can’T Take You Anywhere, la consapevolezza di I Belevied You prima dei messaggi contro omofobia e transfobia più che mai attuali, che anticipano l’esecuzione di God Loves Only You. Tutto procede senza intoppi, solo un’euforia collettiva che si trascina sino a Follow Me Down. Una preghiera, un rito.
Una domenica di riff e wah wah
“Baby, baby, baby, baby, baby, I fell from the sky yesterday / You blew my mind, oh yeah” esorta Ian Astbury, in tenuta rigorosamente nera, con tanto di bandana, a celebrare il rituale gothic rock del progetto inglese. La voce di Ian era partita un po’ in sordina ma poi ha riacquistato vigore e potenza mandando in delirio gli spettatori. Pronti a ondeggiare con le teste a tempo delle schitarrate di Billy Duffy e delle possenti stoccate alla batteria di John Tempesta. Un temporale di puro rock che, nella scaletta, attraversa i maggiori successi del gruppo, pescati dagli album di culto Dreamtime (1984) e Love (1985).
Proprio da quest’ultimo, sul finire di un live in cui Ian ha pi volte interagito, cercato e pescato una connessione con i presenti alla Rotonda del Lungomare, è estratta Rain, con quella melodia riconoscibile e memorabile, un inno rock al sesso ispirato a una danza della pioggia amazzonica. Sacro e pagano si fondono sotto il cielo di Taranto.
I graffi di Tom Morello
Prima dei Cult c’è la tecnica sopraffina di Tom Morello. “Vi ringrazio per aver seguito le band di cui faccio parte, Audioslave, Prophets Of Rage, Rage Against The Machine”, sono le parole del musicista di Harlem. E i pezzi estratti da quelle esperienze non mancano in una scaletta che alterna cover, brani originali e perle rock. Puro rock. La chitarra di Morello sembra infuocata, come il suo sguardo, avvolto in un rosso che sprizza militanza.

Del resto, la scritta “Niente Fascismo” sulla chitarra non è lì per caso. Incisivo ed euforico il medley con Bombtrack, Know Your Enemy, Bulls On Parade, Guerrilla Radio, Sleep Now In The Fire, Cochise e Like a Stone. Un compendio di un genere che a Medimex ha dimostrato una vitalità invidiabile. E poi ancora uno sguardo ai Måneskin con Gossip – criticata collaborazione con i Måneskin che lo ha portato a Sanremo e gli è valso il meme di Billing In the Name Of – la magia acustica di Keep Goin e la deflagrazione emotiva di Killing In The Name, cantata all’unisono con la massa, e Power To The People. Con Tom Morello che alza il pugno sinistro.
In una serata di inizio estate, resa ancora più calda da riff e wah wah. E dall’accoglienza di Medimex dove chi ama la musica si sente a casa. Quella brezza marina è un porto in cui fai ritorno. Appuntamento nel 2024, sempre a Taranto, dal 19 al 23 giugno 2024.
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