Recensioni

Cosa potranno mai dire di nuovo i Meat Puppets? Proprio nuovo nuovo be’, si può discutere. Ma certo non definiremmo Dusty Notes un disco semplicemente pleonastico. La formazione originale a trio, con Derrick Bostrom alla batteria a coadiuvare i due fratelli Kirkwood, torna dopo più di vent’anni, e non ci sembra per niente arrugginita. La chitarra di Curt suona sempre strepitosa – a spalleggiarlo in questo disco c’è anche suo figlio! – e l’atmosfera è quella “classica” che aleggia da sempre sui dischi della band dell’Arizona. Familiare sì ma non stantia, anzi, seducente e misteriosa, là dove gli umori rurali incontrano un’arcana psichedelia. Un aspetto, questo del gruppo di Chris e Curt Kirkwood, sempre affascinante a dispetto delle tante primavere passate.
Dai primi pezzi in scaletta, tra cui indicheremmo i migliori in Warranty (con un bel ritmo in levare e una chitarra riverberatissima sullo sfondo) e nella sempre ritmata Nine Pins, sembra quasi di avere di fronte un curioso monocolore country, una fragranza che si è sempre annusata nelle trame sonore dei Meat Puppets ma che non aveva mai coperto tutto il resto. Non lo fa nemmeno qui. Anche se Sea of Heartbreak o Outflow sanno pure di country, quello campagnolo – un country comunque ben lontano dal cow-punk sfrenato di un lavoro archetipico come lo storico Meat Puppets II, e che unisce piuttosto la fluidità di Up on The Sun (una fluidità meno guizzante e funky rispetto a quella del disco dell’85 che rimane tra i nostri preferiti della band) alla rustica mistica del più compassato Mirage, se proprio dobbiamo cercare qualche termine di paragone negli album classici del trio di Phoenix.
A portare la giusta varietà in queste dieci canzoni provvedono il grunge a bassa intensità di Unfrozen Memory, il blues incalzante e il vibrante refrain rock che ravvivano The Great Awakening e NightCap e la fantasia acid metal di Vampyr’s Winged Fantasy. Episodi magari non trascendentali, d’accordo. Nemmeno di pura routine però. A un uptempo “desertico” e un po’ mariachi il compito di fare da title-track: potrebbero essere i Calexico saliti un po’ più a nord sulle orme di una melodia di gusto quasi beatlesiano e a braccetto con i Byrds. Invece sono i Meat Puppets, riconoscibili anche quando né del punk che li ha ispirati, né tantomeno del grunge di cui sono stati ispiratori, rimane traccia alcuna.
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