Recensioni

7.3

Sono persone come i fratelli Kirkwood a rendere ancora degno scrivere di musica, e ancor prima ascoltarla come si deve e cioè dedicandole tempo, devozione e impegno. Tra gli evanescenti trend che durano una settimana, il ritorno dall’al di là di chi aveva consegnato dischi splendidi suscita un piacere che travalica la circostanza. Di tutto e per niente bello, infatti, quanto accaduto a Curt e Chris sino a prima del 2007: un contratto major stracciato e una sequela di storiacce di droga e cronaca nera finalmente alle spalle.

Del resto, sono uomini come chiunque. Anzi, no: perché chi è stato capace di capolavori come Huveos, Mirage e II fondendo hardcore punk e psichedelia, blues e folk, nella categoria della gente comune sta stretto. Argomenti sonori che tornano nel terzo atto della rinascita – cui partecipa alla batteria Shandon Sahm, figlio del leggendario Doug: buon sangue non mente – assecondando una vena “roots” poco più accentuata mentre penna ed esecuzione rimangono prossime all’epoca d’oro. La visionarietà anche, come spiegano il tono vocale indolente e le chitarre che scintillano lussureggianti, azzeccate stramberie come i Love indecisi tra Arabia e hard di The Way That It Are, la country-ska-delica (!) Shave It, o come l’Elvis Costello oppiaceo – accompagnato da una mista Los Lobos e Grateful Dead – di Incomplete e Baby Don’t.

Materia da applausi, come del resto quanto guarda al glorioso passato senza soccombervi e poggiando sulla saggezza acquisita ritornando dall’inferno. Da una scaletta compatta e a lento rilascio, peschiamo inoltre l’oriente gagliardo di Hour Of The Idiot e gli arpeggi desertici (hola! Calexico…) di Lantern, il folk-rock celtico traslocato nel Mojave Town e la policroma filastrocca Amazing. Quanto basta e avanza a rendere Lollipop pieno di idee e vita, vibrante e commovente.

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