Recensioni
Matteo Madafferi e Francesco Sciarrone
Definitive Oasis
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Stefano Solventi
- 27 Novembre 2024

Riesci a immaginare quando abbiamo iniziato a suonare davanti a nessuno al Duchess Of York di Leeds, e poi solo due anni dopo abbiamo suonato sul campo da calcio del Man City? Sembrava una cosa da un giorno all’altro. Incredibile
Queste parole pronunciate dal chitarrista Paul Arthurs, noto ai più come Bonehead, restituiscono il senso di vertiginoso precipitare degli eventi raccontato in questo libro. Che, è doveroso specificare, si arresta al 1997, l’anno di Be Here Now e quindi, per molti versi, dell’esaurirsi della spinta ascensionale. Col terzo album gli Oasis infatti raccolsero i benefici della straordinaria doppia propulsione di Definitely Maybe e (What’s the Story) Morning Glory?, sfornando un lavoro carico di grandeur, più baldanzoso che ispirato, che nel momento stesso in cui li ribadiva in posizione apicale tra le band più importanti del mondo, lasciava intravedere lo sfilacciarsi della formula, le crepe sul muro di suono causate dal proprio stesso peso e soprattutto non più sorretto dalla geniale limpidezza melodica dei due primi lavori.
Quindi, in questo libro l’inizio della fine resta per così dire fuori dall’inquadratura. C’è soprattutto la gloria, l’irrefrenabile e tumultuosa corsa alla conquista di uno status leggendario. Non priva certo di attriti, di contrattempi, di ostacoli e spigolosità. Che tuttavia nel caso dei fratelli Gallagher significa ulteriore carburante per una storia indimenticabile, per non dire proverbiale. A questo punto la domanda sorge spontanea: perché un libro così, oggi?
Specifichiamo intanto di cosa si tratta: trecentocinquanta pagine, copertina rigida, formato quadrato 23×23, imbottito di immagini (foto, articoli, manifesti, biglietti…) e box che focalizzano su eventi e canzoni. Quanto alla scrittura, segue con dovizia di dettagli e un generoso ricorso all’aneddotica le vicende pubbliche e private da cui è sbocciato il fenomeno Oasis, soffermandosi ovviamente con più attenzione sulla biografia (assai problematica) dei Gallagher, restituendo così un affresco dell’epoca (dalla fine degli 80s in avanti, diciamo) però col fulcro narrativo ben piantato sulla band mancuniana. Vale a dire: forse è ingeneroso considerarlo un libro per fan, ma di certo è uno di quei libri che ai fan non dispiacerà trovare sotto l’albero a Natale (e di regalarsi in qualunque altra ricorrenza degna di essere festeggiata).
Detto questo, per un non-fan degli Oasis come il sottoscritto è stata comunque una lettura gradevole. Non priva di ritorni di fiamma nostalgici, certo. Perché qualunque cosa pensiate degli Oasis, metterli in prospettiva e valutarli di conseguenza è comunque un esercizio interessante, soprattutto oggi che il rock vive soprattutto nella riproposizione incessante del proprio riflesso, vedi anche – appunto – la reunion annunciata dai Gallagher per l’Oasis Live ‘25, oltre quaranta date (al momento) programmate in tutto il mondo tra luglio e novembre 2025. Sempre che nel frattempo Noel e Liam non sbrocchino (ma credo che, no, stavolta non sbroccheranno).
Matteo Madafferi e Francesco Sciarrone, i due autori, hanno fatto un lavoro pregevole. Tolta qualche ridondanza tra il filo narrativo e il contenuto dei box, e detto di qualche refuso che in un’edizione del genere andrebbe evitato (Smith per Smiths e Rolling Stones per Rolling Stone – la rivista – in più di una circostanza), gli anni affollati dei primi Oasis sono narrati con taglio franco e febbrile, consapevole cioè che tra smargiassate e disavventure, caso e destino, talento mostruoso e piglio rude, il tutto condito da un evidente (e benedetta) incapacità di conformarsi alle prassi e ai riti del successo, tutto questo insomma costituisce un racconto che per avvincere ha solo bisogno di srotolarsi nella maniera più sbrigliata possibile.
Basta questo a dipingere la parabola degli Oasis come un paradigma quasi sconvolgente rispetto alle dinamiche ben più integrate e persino pastorizzate dello star system contemporaneo, in cui se c’è di mezzo il rock è nella misura in cui serve ad allestire un suo simulacro e farne elemento utile – anzi “funzionale” – a massimizzare gli streaming, per la felicità sintetica dell’algoritmo di turno. Gli Oasis col loro fare apoteosi del concetto di rock’n’roll star nel mezzo dei 90s, erano tuttavia e comunque davvero intrattabili, imprevedibili, non computabili, capaci di sabotare e sabotarsi a causa di un’asprezza caratteriale che discendeva in linea diretta da un’infanzia dura (eufemismo) in una situazione politica e sociale difficile (eufemismo), da cui tanto il britpop che la celebre “terza via” blairiana sembravano – con metodi ed esiti diversissimi – volersi smarcare.
Tirate le somme, è un volume di pregio, ben documentato, affettuoso ma non troppo accomodante, divertente (come non divertirsi di fronte agli sketch dei due fratelli più litigiosi della storia del rock?), persino istruttivo. Che oltretutto può vantare una breve ma lusinghiera introduzione firmata da Alan McGee nientemeno, padre della Creation e per molti – sorretti da solidi motivi – anche del britpop.
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