Recensioni

Wonder Woman 1984 è il primo film in termini puramente tecnici a rivelare come sarà (o come potrebbe essere) questo 2021 appena iniziato. La pellicola fa, infatti, parte di quella serie di titoli che Warner Bros. ha tutta l’intenzione di distribuire contemporaneamente nelle sale e sulla sua piattaforma di streaming (HBO Max), annunciando in questo modo una rivoluzione più interessata ai numeri e al ritorno monetario di quanto non lo sia in riferimento al lavoro di tutte quelle persone che prendono parte alla realizzazione del progetto e che hanno come vertice la figura del regista. Nelle ultime settimane sono stati numerosi i filmmaker che hanno attaccato duramente la decisione di Warner (su tutti, Christopher Nolan e Denis Villeneuve, due registi di casa quindi) lamentando poca correttezza e trasparenza da parte dello studio per aver sottratto anni di duro lavoro ai propri registi utilizzando la scorciatoia della fruizione in streaming. La Legendary Pictures (partner di Warner in numerosi progetti) è già sul piede di guerra e minaccia pesanti azioni legali per impedire la distribuzione di Godzilla vs. Kong e soprattutto di Dune in streaming (scelta che, lo ricordiamo, va sempre a discapito della sala, figurarsi in un periodo condizionato da una pandemia globale).
L’esempio di Tenet non si è rivelato virtuoso per ovvi motivi, ma questo non deve tradursi obbligatoriamente in un abbandono della sala come luogo prediletto per la fruizione di un film. Così come non vi è dubbio alcuno che una pellicola come Wonder Woman 1984 avrebbe sicuramente guadagnato in termini stavolta puramente “di spettacolo” il passaggio esclusivo in sala evitando di accontentare troppo presto un pubblico famelico di novità e dandogli modo di accedervi facilmente attraverso il clic di un telecomando o la tastiera di un portatile. Questo perché a una visione sul piccolo schermo, il lavoro di Patty Jenkins perde molto del suo effettivo potenziale, sia visivo che narrativo: dove a una visione al buio di una sala l’effetto quasi stroboscopico garantito dall’attenta costruzione dell’immagine avrebbe certamente diminuito la sensazione di trovarsi al cospetto di una storia fin troppo esile, scontata e dalla portata sensibilmente ridotta rispetto agli standard cui il genere cinecomic ci aveva abituato in passato (senza scomodare esempi illustri, basti dire che già il solo Wonder Woman del 2017 poneva sicuramente interrogativi importanti, sorretto com’era dall’impalcatura solida da war movie).
In Wonder Woman 1984 invece tutto si sgretola di fronte a una trama che potremmo trovare all’interno di qualsiasi serial televisivo di bassa lega (pensate a Smallville o ad Arrow), dove è palese l’intenzione della Jenkins di legare insieme diverse cifre stilistiche (commedia, action e denuncia politica, nonché il romance) ma lo è altrettanto anche il fallimento nel raggiungere un equilibrio che mantenga intatto il fascino per gli oltre 150 minuti di durata (davvero un’enormità insostenibile). Se convince il ribaltamento di prospettiva tra il primo e il secondo film in chiave comedy, dove stavolta è Steve Trevor ad essere spaesato dal tempo in cui è ripiombato, appare invece superflua la cornice iniziale nel mondo di Themyscira (o perlomeno non sfruttata a dovere) così come non colpisce nel segno l’impostazione plastica delle macro-sequenze d’azione che vedono Diana coinvolta in prima persona (dalla scontatissima parentesi al centro commerciale a quella in mezzo al deserto egiziano). Infine, il villain di Pedro Pascal gigioneggia quanto basta per tenere desta l’attenzione e si rivela il perfetto veicolo di un messaggio politico che si fa forza della sua semplicità (un segno di continuità con il film precedente) e riscatta in parte una Kristen Wiig sfruttata malissimo.
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