Recensioni

7

Ogni disco dei Matmos è una sfida, è il tentativo dell’intelligenza di opporsi al caos, al suo accumularsi, stratificarsi, frammentarsi, banalizzarsi, articolarsi, contestualizzarsi. Me li immagino, Schmidt e Daniel, a discutere per giorni, settimane, forse perfino mesi sull’intuizione più valida per rilanciare il gioco. Il concept nel loro caso va oltre la dimensione concettuale, è un ambito che detta la pratica e definisce il codice. Una volta stabilito il punto di partenza e tracciato il solco in cui procedere, spremono forma dalle occasioni, dal reticolo di combinazioni che si nasconde nel cuore frattale della situazione, sia essa angusta o aperta. Musica concreta? Sì, ma spinta fin sotto la superficie del concreto, si tratti di suoni rubati alla chirurgia plastica o ottenuti esclusivamente da strumenti di plastica. Oppure si tratti di organizzare una performance che renda sostanzialmente impossibile la pianificazione della struttura, col preciso scopo di appurare come una struttura comunque affiori (i 99 musicisti ingaggiati per The Consuming Flame: Open Exercises in Group Form). Ecco: più che dischi, appunto, sfide. E questo nuovo Regards / Ukłony dla Bogusław Schaeffer non fa eccezione.

Stavolta i due genialoidi buontemponi scelgono di mettere la loro arte del taglia e cuci alle prese con il repertorio del musicista sperimentale polacco Bogusław Schaeffer, scomparso nel 2019 e vicino a quel post-serialismo di Cracovia che vide tra i suoi protagonisti anche Krzysztof Penderecki (amatissimo, come tutti sanno, da Jonny Greenwood). In pratica, le otto tracce sono un collage febbrile e caleidoscopico assemblato con frammenti delle opere di Schaeffer, un vero e proprio lavoro di ri-composizione che si colloca a metà strada tra composizione e decomposizione. I cari Matmos quindi vestono i panni di novelli Frankenstein chiamati a ricomporre il cadavere musicale, ottenendo un corpo scosso da scariche intellettuali ma anche sensuali: partono da musica concepita come avanguardia e ne spostano il fuoco su un registro iperdinamico e angoloso, diversamente pop. Alcuni sembrano pezzi riempipista per un club burroughsiano, altri sarebbero la muzak perfetta in un ascensore pilotato da un top gun cocainomane, altri ancora sprimacciano lana di vetro ambient con sgasate kraut, in ognuno avverti un lavoro certosino da orefici, da intagliatori di diamanti, da puntigliosi cacciatori di microbi.

Ora, intendiamoci, i Matmos fanno dischi, nient’altro che dischi, e ne sono ben consapevoli. Il punto è: quanto è ascoltabile di per sé quest’ultimo lavoro? Voglio dire, non sapevo chi fosse Bogusław Schaeffer prima di avere letto la cartella stampa di questo disco, e non ne so molto di più adesso. Forse mi verrà voglia di approfondire la sua opera, o forse no, vedremo. Intanto però c’è un album nuovo dei Matmos. E quindi? Tra limitarsi ad applaudire alla nuova trovata e darsi all’ascolto, non c’è alcun dubbio: si ascolta. E quello che si ascolta, tutto sommato, diverte. Ecco il bello: tutta la premessa concettuale, che pure gioca un ruolo importantissimo anzi cruciale, può essere accantonata nel momento in cui si preme play. A quel punto, ciò che sentiamo affascina, inquieta, a tratti annoia, poi un attimo dopo ti meraviglia, sorprende per l’arguzia e la sapienza, confonde le idee, lascia intravedere schemi e automatismi, resta sullo sfondo, ti ipnotizza, e via discorrendo. 

Com’è che diceva quel mattacchione di Kant? «L’intuizione senza rappresentazione è cieca, la rappresentazione senza intuizione è vuota». Ecco: i Matmos anche stavolta hanno dimostrato di saperci vedere benissimo, facendo il pieno di sostanza. Chissà per quanto ancora. 

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette