Recensioni

6.5

I Mastodon emergono all’inzio degli anni 2000 da un gruppo di band metal promettenti capaci di coniugare tecnica, sintesi e cattiveria, e di portare avanti un quid d’innovazione nel mondo del metallo pesante. Certo, erano un combo attento alla melodia e sapevano applicarla alla costruzione di riff squadrati e pezzi ben memorizzabili: qualità apprezzabili all’interno della comunità più allargata del genere, quando le sue frange più progressiste e ostiche spingevano su altri fronti e formule, vedi alla voce Converge, Meshugga e Dillinger Escape Plan.

In Leviathan del 2004, uno dei dischi più riusciti della prima parte di carriera, coniugavano hard rock, prog, NWOBHM e thrash con grande efficacia. E negli anni successivi questa continua evoluzione e reinvenzione ha saputo in egual modo tener alta l’attenzione, anche allontanando i puristi di questo o quel filone. Del resto, se agli esordi, nel sound Mastodon, albergavano urgenza giovanile ed estetiche nordiche, da Crack The Skye in poi è il prog e l’epica orchestrale a far da grimaldello, con risultati alterni. A un certo punto il gruppo ha pure imboccato la strada di un rock melodico à la Foo Fighters/QOTSA (in particolare su The Hunter del 2011 e Once More ‘Round The Sun del 2014) e anche quella dell’alt-rock e del grunge dei 90s. Una ricalibrazione quest’ultima non stigmatizzabile, che in Emperor Of Sand (2017), ad esempio, ha dato buoni frutti.

Il nuovo disco è il primo doppio album della band e parte con i migliori propositi: commemorare la memoria dell’amico e manager Nick John con movenze eterodosse e spaziando tra i generi, come il gruppo ha già dimostrato di essere in grado di fare. Finisce però che Hushed And Grim risulta un campionario di tante e troppe cose, alcune rubricabili a indigesto prog (Gobblers of Dregs), altre a pacchiano hard rock da FM Radio (Teardrinker), altre ancora a un improbabile mix tra Thirty Seconds To Mars e Motörhead (Pushing The Tides) di cui non sentivamo assolutamente il bisogno.

Il doppio si spinge pure alle porte del Peter Gabriel periodo prog (la linea melodica di Dagger e Eyes of Serpents) o dell’alt rock dalle parti dei Metallica dei 90s (la ballad Had It All), ma è probabilmente Gigantium, un intreccio progressivo di classic metal e orchestrazioni d’archi, il suo unico zenit. Peraltro una bella chiusa, per un lavoro che avremmo preferito veder approfondire questa direzione, invece che perdersi in molteplici riproposizioni di cose già – e meglio – sentite.

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