Recensioni

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Un consiglio utile per l’ascoltatore che dovesse trovarsi disorientato dalla prolifica produzione di Mark Lanegan è quello di iniziare ad addentrarvicisi come in una specie di palinsesto. Le innumerevoli uscite non andrebbero accatastate disordinatamente in un solo cassetto (già stracolmo di cammeo, collaborazioni di lungo corso e sortite da titolare), ma ordinate di volta in volta in un particolare sottofilone. Perché serve a poco sapere che sta uscendo un nuovo album di Mark Lanegan se non si sa di quale Lanegan si parla: si tratterà dell’autore e interprete di crooning e country&western (come con la raccolta di cover di Imitations e i duetti con Isobel Campbell)? Dell’ex-Screaming Trees con un ritorno di fiamma per i tempi trascorsi nelle radure californiane (quello che ha inciso con i Queens of the Stone Age e con gli Earth di Dylan Carson e rilasciato l’ottima raccolta demo Houston)? O piuttosto del transfuga del rock a cui piace filtrare con il pop sintetico e con l’elettronica (vedi la collaborazione con i Soulsavers e anche gli ultimi album solisti)?

Al primo ascolto già si sarebbe tentati di infilare With Animals nella seconda categoria, senza possibilità d’appello. Contrite e asciutte fino al limite dell’austerità, queste dodici incisioni mettono al bando ogni slancio gigionesco da parte del cantante: nessuna prova d’interprete, nessuna passerella da bel tenebroso, solo una voce (nemmeno in primissimo piano) che scandisce litanie blues. A rimarcare l’appartenenza a quella tradizione, c’è poi un parco testi che in poco più di mezz’ora ripassa tutto il repertorio della canzone autoflagellatoria, con rievocazioni dei fantasmi del passato (Ghost Stories), monologhi da confessionale (Upon doing something wrong) e conseguenti preghiere per la redenzione (Save Me). Solo in ultima battuta il Nostro si concede un tocco più personale, ma perfettamente coerente con il resto del programma –  il testo visionario e quasi recitato di un brano che, guarda caso, porta il titolo di Desert Song. E tuttavia, anche per i severi standard del suo canone “desertico”, quello di With Animals è un Lanegan che “fa meno il Lanegan” del solito. Lo stesso potrebbe dirsi per il contitolare Duke Garwood, il chitarrista di South London che nel 2011 la gran parte di noi aveva conosciuto proprio al fianco del cantante americano con Black Pudding. Per quanto fosse lecito attendersi un seguito dello sfoggio di fingerpicking che contraddistingueva quella prova, qui non c’è praticamente traccia: al suo posto ritmiche ipnotiche e accordi ripetuti a passo lento, un suono che sibila e scricchiola ma che poco concede alla corporeità dello strumento.

Tutto risulta più chiaro quando si viene a sapere che il duo ha composto a distanza, intrattenendo una corrispondenza telematica da una sponda e l’altro dell’Atlantico, per poi ricucire tutto insieme; da qui l’intelaiatura di loop e beat reiterata su cui si regge l’intero album, che conferisce una cifra piacevolmente ma innaturalmente “polverosa”. With Animals è dunque un frutto dell’ostinata devozione dei due per i generi più longevi dell’Americana, ma con una struttura molecolare che non sarebbe possibile se, a forza di produrre e suonare l’uno per il disco dell’altro, i due non si fossero trovati a sporcarsi con le tecniche di produzione elettronica. Un brillante esempio di blues geneticamente modificato, a dimostrazione del fatto che avere a che fare con musicisti in varie faccende affaccendati, ogni tanto ha i suoi bei vantaggi.

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