Recensioni

Polvere alla polvere, cenere alla cenere: c’è una religiosità lucida in questo nuovo lavoro di Garwood, un credo che non è mai slancio emotivo o mistico al di sopra della ragione, ma spirito che nasce dalle ceneri dell’intelletto, una conquista faticosa attraverso la ragione e la passione unite assieme. Duke Garwood torna a due anni dal precedente Heavy Love con un nuovo disco, rifugio sicuro e intimo, di fronte a una sempre meno improbabile apocalisse. «Sono un uomo arrabbiato; così arrabbiato da bruciare l’aria che ho intorno. Questo è il combustibile nucleare che utilizzo per fare musica», confessa. «In un mondo così pieno di dolore e di follia abbiamo bisogno di esserlo più che mai e di evolvere. Per diventare padroni del nostro destino e smettere di ascoltare quelli che vorrebbero rubarci anche il nostro ultimo respiro».
Garwood rimescola così la cenere sepolta e risorta, il blues ubriaco, l’imagismo di Pound, la rabbia covata per anni e plasma tutto in amore, ultima speranza di fronte alla repulsione dei nostri tempi: «faccio bella musica, perché non abbiamo bisogno di musica arrabbiata in questo momento. Tutti possono accendere il televisore e vedere lo spettacolo dell’orrore, non hanno bisogno di sentirlo anche dallo stereo. Sto cercando di distillare questa sensazione frustrante che tutti noi proviamo in questo momento in qualcosa di più mirato». Garden Of Ashes diviene così il giardino dell’amore, il giardino del bene e del male, il giardino del paradiso che sappiamo essere stato distrutto per soddisfare l’avidità delle persone, la nota armoniosa e lucente dopo un lungo cammino nell’oscurità. Dopo essersi lasciato alle spalle Los Angeles e il lavoro in coppia con l’amico e collega Mark Lanegan, Garwood ha cosparso l’album di una benzina caramellosa e scura, di un linguaggio conciso e immediato sebbene magnetico, per arrivare a guardare dal basso la propria vita, e decidere di combattere per essa.
Garwood, il più malinconico dei bluesman, uno di cui Josh T. Pearson ha detto «lui è ciò che di più vicino al paradiso si possa raggiungere con una chitarra», oggi con Garden of Ashes raggiunge vette altissime di crudeltà simbiotica e nervi scorticati, in cambio di un disco strisciante e noir, prigioniero di una melma inebriante e sensuale, a metà fra la vulnerabilità erotica del migliore trip hop e le oscurità allucinate di Tom Waits. Ma non è così semplice parlare di Garden of Ashes proprio perché non suona come un disco classico: appare più come una serie di preghiere erose dal mal de vivre, una cattedrale sconsacrata di odi e cimeli personalissimi messi in salvo da un uomo arrabbiato e in preda all’angoscia. I suoi undici brani sembrano vivere in una sorta di dipendenza l’uno dall’altro, legati dalla convivenza di angeli, demoni e anime perdute. È una comunicazione piena di lividi, di disprezzo, quella di Duke Garwood, che trascina l’ascoltatore attraverso la ghiaia primordiale della malinconia.
Nell’esplorare le proprie pene più profonde, il musicista sconfigge l’eccesso di pathos e guarisce dal male apocalittico, guarisce la sua voce che si dispiega ormai bruciata e vittoriosa: dai lidi vorticosi e languidi di Sonny Boogie all’antracite romantica di Heat Us Down, ciò che accompagna l’ascoltatore lungo tutto il disco è una sotto-trama di carnalità e fuliggine, che dipinge lo stillicidio di chitarre stratificate e viziose. Dalle strade di Parigi ai bar tailandesi, dalle case occupate di Hackney alle fumerie del Marocco, il viaggio dell’anima di Duke Garwood termina davanti a un piccolo recinto, locus amoenus, di delizie e dolori.
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