Recensioni

7.1

Quando pensi al blues e all’Inghilterra, vengono in mente i nomi che nei ’60 rilessero appassionatamente la tradizione per conservarla e nel contempo rinnovarla. Fungendo, come nel caso di Alexis Korner e John Mayall, da sublimi mentori per un’intera generazione di talenti che impressero una svolta al rock. Materia storicizzata che sotto l’aspetto strettamente stilistico non vale per questo londinese, giunto al terzo lp e propenso a restituire delle dodici battute la concezione “beefheartiana” che ne hanno Tom Waits e i Califone.

Magari gettando nella mistura un interesse per la musica africana (il ragazzo ha in programma un disco con i marocchini Master Musicians Of Joujouka…) e tenendosi vicina l’ombra di Mark Lanegan (in precedenza compagni di tour, i due: anche qui è previsto un lavoro a quattro mani) per muoversi dentro un’avanguardia che oggi profuma di classicità. Il risultato persuade e mostra un artista in progresso, forte di sonorità solide ed essenziali (Duke fa quasi tutto da solo con il batterista Paul May) e una penna che attinge sapiente dai nomi di cui sopra (Summer Gold, Gengis, Jesus Got A Gun).

Offrendo per il resto cinque minuti di inutile baccano low-fi, ma soprattutto gustose contaminazioni con Suicide (Gold Watch), free-jazz (Tapestry On Mars) e una psichedelia venata di world music (Flames Of Gold, Larry). In attesa di ulteriori sviluppi, un nome da appuntare sul taccuino.

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