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5.9

Due anni fa, a margine di un’intervista che ci rilasciò, Maria Antonietta immaginava così il suo futuro: “Ora che è finito il periodo della solitudine e dell’incapacità di accettare la realtà, progetto un prossimo disco dell’amore”. Mai previsione fu più esatta, dal momento che Sassi, il nuovo album, è il confronto diretto della cantautrice pesarese con i fantasmi che lievemente s’affievoliscono sotto il divano sul quale, in compagnia del fidanzato, ha concepito il nuovo lavoro. 

C’è un tempo per lanciare i sassi, un tempo per raccoglierli. […] C’è un tempo per astenersi dagli abbracci e un tempo per gli abbracci“. Da questi versetti dell’Ecclesiaste, Letizia Cesarini raccoglie l’ispirazione necessaria per affrontare il secondo (da quando scrive in italiano) lavoro. Un lavoro – tanto vale dirlo subito – più raffinato rispetto al precedente, nel quale la musica, gli arrangiamenti e le composizioni smettono di essere semplicemente il contorno languido dei testi (al solito intrisi di autobiografismo e citazioni religiose), e svolgono un’importante ruolo di primo piano. Merito anche dei fratelli Imparato (Giovanni è leader dei Chewingum e Marco milita nei Dadamatto), che hanno riportato serietà al contorno musicale, condendolo di riferimenti e strumenti. Riferimenti, certo, non trascurabili: se Animali ha ancora il retaggio pesante del cantautorato (magari in versione femminile) italiano, che rendeva poco onore alle doti della cantautrice, il singolo Ossa recupera quegli Afterhours di Hai paura del buio?, che, in questa versione, non dispiacciono affatto. Gli strumenti, invece, esaltano derive più internazionali: a partire dal pianoforte di Tra me e tutte le cose, che vorrebbe suonare in stile Five Years di Bowie o il pop sincopato e un po’ dilatato di Giardino comunale che quasi ricorda i Young Marble Giants.

Le noti dolenti arrivano, ancora una volta, quando si tratta di fare i conti con una vocalità che può spesso apparire fastidiosa all’orecchio. Ricca di morfismi e stra-morfismi figurati, acuti strapazzati, sgolamenti e altro, la voce della Cesarini continua a risultare spesso insopportabile, mentre i testi, pur risultando più consapevoli, equilibrati e meno teen–oriented, rimangono di una faciloneria e di una banalità alle volte imbarazzante (“In ogni caso il nostro amore durerà per sempre”, “Non ho mai chiesto nient’altro che svegliarmi con te ogni giorno”, “Non ho mai voluto nessun altro”, “Se fossi intelligente comprenderei tutti senza difficoltà”, ecc.).

Sassi – complice anche il passaggio di etichetta (da Picicca a Tempesta) – è comunque un passo avanti soprattutto nella struttura armonica dei brani (Galassie e Abbracci sono esemplari in questo senso), ma anche nel registro poetico utilizzato da Maria Antonietta. Un’artista che, se ancora fatica a scrollarsi di dosso la ruggine adolescenziale, il sangue e la sofferenza che si porta dietro, guarda comunque all’orizzonte con un pizzico di consapevolezza in più. È tanto, ma non basta. 

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