Recensioni

Abbandonati da un pezzo gli accordi pop-folk dell’esordio White Lines, i Margareth di Paolo Brusò e Alessandro Benvegnù proseguono con Flowers sui territori prog/electro/psych già esplorati con il precedente album Fractals, per un EP di quattro brani che esemplifica e sintetizza la nuova direzione del gruppo. A quasi due anni dalla release dell’ultimo disco, pare infatti che la formazione veneta voglia fare il punto sul percorso intrapreso fino a qui, dando nel contempo uno sguardo all’imminente futuro.
Allontanata dunque la forma canzone classica che aveva caratterizzato il debutto, il gruppo mette insieme un lavoro che mescola con una certa disinvoltura elementi diversissimi tra loro, senza curarsi (fortunatamente) di limiti e convenzioni. In primis, emerge una certa attitudine nel giocare tanto con gli stilemi electro/ambient, quanto con un synth-pop elegante e patinato, arricchito da dilatazioni chill e lounge: elementi, quest’ultimi, tenuti insieme da quel sostrato progressive che emerge in tutti pezzi dell’EP, e da intendersi, più che a livello di sonorità, come una scelta strutturale per composizioni che appaiono stratificate, plasmate ed arricchite da differenti atmosfere. Un mix che, nonostante le numerose influenze a cui fa riferimento – dagli esperimenti electro dei Radiohead di Kid A, fino al post rock degli Explosions In The Sky, passando per le fascinazioni psych di Tame Impala e Flaming Lips -, mantiene una propria identità, dosando sapientemente idee e intuizioni spesso originali.
È il caso di una title-track che con i suoi oltre otto minuti evidenzia al meglio quanto elencato finora: una lunga galleria sonora in grado di trasportare in riverberi lontani e sconosciuti, una dimensione spaziale e a-temporale in cui stravolgere con abilità i sentieri di chi ascolta. La stessa abilità – qui riconvertita a sonorità psych – evidenziata nella successiva Asimov: unica traccia che si possa definire rock, tuttavia scandita da una batteria convulsa e da numerosi cambi di tempo che la rendono uno dei pezzi più suggestivi, nonché un buon esempio delle atmosfere stranianti e imprevedibili tipiche dell’EP. La conclusiva Maze prosegue ancora sui territori di un ambient/noise sporcato di psichedelia, oscuro e metallico, per un lavoro obliquo e interessante che ci auguriamo possa rivelarsi il preludio di qualcosa di ancora migliore.
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