Recensioni
Ad accoglierci nel primo quarto di Fractals sono bianche armonie di sogno e rappacificazione, ritmiche dall’aire sinfonico, progressioni post-rock e una grande ricchezza timbrica, elementi che rimandano al fascino arioso e senza tempo dei Mercury Rev. Proseguendo, l’approccio vocale soffuso e il vibrare agreste delle chitarre acustiche nel dittico Rosemary Calls / Flakes svelano il substrato pop-folk-cantautoriale che segnò le origini stilistiche della band, e che ancora sopravvive nella sua declinazione più “slow”, con i campanellini mossi dal vento sotto la veranda di un acceso gusto melodico. A metà, l’ibrido rock, la curvatura, nei feedback e nella allucinata intermittente acidità di Beautiful Witch (qualcuno ricorda i primi splendidi Cooper Temple Clause?), ma è solo un breve passaggio all’interno di un universo multiforme. È infatti un piacere inaspettato approdare alla soffice psichedelia pop di They Say, per la quale ci si può anche sbilanciare affermando che i Beatles di oggi potrebbero suonare così (oltre che come i Tame Impala).
Da qui non si torna più indietro, le nuvole scorrono veloci in un cielo mutevole e inquieto, ora dipinto con i colori rosei di una malinconia arrendevole, ora scosso da deboli lampi floydiani, ora terso e rappacificante, attraversato con passo lento fino alle bordate improvvise che squarciano il misticismo lisergico della finale Mind Eyes, lasciando nell’aria i lamenti poco rassicuranti di una tromba agonizzante. Suggestionati tra scienza e filosofia dalla misteriosa e cerebrale geometria dei frattali, i Margareth pescano da stili e convenzioni solo ciò che gli serve, per abbandonarsi in modo del tutto spontaneo alla propria sensibilità, aiutati dalla produzione cristallina e perfettamente calibrata di Giovanni Ferrario. Chiamatela pure maturità.
Amazon
