Recensioni

6.8

Erano 17 anni che Manu Chao non pubblicava un disco a suo nome, dal 2007 di La Radiolina, che a riascoltarlo oggi lascia un’impressione migliore rispetto al periodo della sua uscita. Nonostante ciò, non si può dire che sia stato fermo: sia letteralmente, con i suoi concerti in giro per il mondo (a volte da solo, per maggiore mobilità), sia come produzione musicale. Manu infatti non ha lesinato interventi nei dischi di altri artisti, collaborazioni (come l’LP con Chalart58, o il progetto Ti.Po.Ta con Kleia Renesi) e brani scaricabili gratuitamente dal suo sito.

L’album recupera qualcosa ma non moltissimo di questa sua attività nomade (Coração no mar, Tú te vas, Cuatros calles), che però stilisticamente rimane nei suoi territori noti: le rumbe delicate e reggae senza bassi prepotenti, movimentati da chitarre e tastiere che ricamano sulle note alte, voci trovate e intercettate, oltre a qualche effetto elettronico che restituisce l’idea di canzoni nate e vissute in viaggio. Sono brani che sembrano germogliare durante concerti in comunità o villaggi lontani, o che passano attraverso la radio.

Non siamo allo zapping-FM di Próxima Estación: Esperanza, poiché i singoli brani si reggono da soli, anche se il passaggio tra uno e l’altro crea comunque un flusso armonico. Così, dopo il quadro del mondo tinto a colori sommessi e dolenti di Vecinos el mar, che apre la scaletta con un tocco intimista, la successiva La couleur du temps riprende atmosfere e tematiche simili ma con una focalizzazione più politica (“Conosco il mondo al contrario”, inteso in modo diverso rispetto a come si usa recentementela frase in Italia, o “conosco l’odore dei soldi… la follia delle persone […] è una storia di pazzi, ciechi ovunque”). River Why alza leggermente il ritmo, chiedendosi se “c’è qualche speranza sotto il fiume in secca” e affermando senza mezzi termini che “questo non è successo / questo non è progresso / questo è SOLO un suicidio collettivo”.

Accanto al pessimismo, sia politico che universale, come nella vivace Heaven’s Bad Day cantata in duetto con Willie Nelson (mentre risulta un po’ più di maniera Cuatros calles, e São Paulo Motorboy non riesce a essere l’inno dei rider che avrebbe voluto/potuto essere), si affianca anche l’ottimismo dell’amore: sorridente nell’eponima Viva Tu, mescolato alle inevitabili malinconie e agli alti-e-bassi di Tu te vas, in duetto con la rapper parigina Laeti (che qui però canta), e nell’arguta Tom e Lola.

Il finale è in tono di speranza: in chiave personale come quella che traspare anche nelle Lonely Nights a tempo di reggae, e collettiva nella conclusiva Tantas Tierras dove si ricorda che “l’acqua che batte la morte non si può comprare” e soprattutto, parafrasando la conclusione di Ziggy Stardust che lo diceva alla seconda persona, che “no estamos solos”, a ricordare che la speranza è soprattutto un fatto collettivo.

È dura per un cantante sopravvivere prima all’esperienza miliare dei Mano Negra e poi al fatto di essere diventato una specie di simbolo/icona in un anno cruciale come il 2001. Da qui, le poche pubblicazioni da allora e la scelta, in linea con le sue idee, di mantenere un profilo più basso. Quello che abbiamo qui, che sia per scelta o per l’età, è un buon disco di un cantautore che declina il proprio stile con ispirazione: anche se mancano inni come Clandestino o Desaparecido e bombe pop come Me gustas tu, Manu Chao continua a raccogliere suggestioni in giro per il mondo e a restituirle.

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