Recensioni

Chi va a vedere Manu Chao nel 2014, dopo 7 anni che non pubblica un disco (e l’ultimo La Radiolina era ampiamente trascurabile) e dopo che il movimento nato tra Seattle e Genova, una volta esauritosi, non ha avuto, almeno in Italia, un erede sufficientemente in grado di aggregare? Vediamo: i circa 40enni che a fine anni ’80 rimasero folgorati dall’esuberante vitalità del cocktail di generi dei Mano Negra, e che ne apprezzarono la versione intimista dell’esordio solista Clandestino, passando indenni per lo strano Proxima Estaciòn: Experancia e ignorando il suddetto trascurabile ultimo disco; e anche quelli che conobbero Manu Chao grazie a quell’esordio, o a Me Gustas Tu, o alle cover di King of Bongo / Bongo Bong ad opera di Max Raabe e, ebbene sì, di Robbie Williams. Poi quella sinistra che esiste e che è fuori dall’alternativa Grillo-Renzi (ma anche dai media) e i curiosi attratti dal nome, ok. Ma che un po’ di alternativi, un po’ di fan storici e qualche occasionale mettano insieme le migliaia di persone per le quali il concerto è stato organizzato, che realizzino l’evento che il promoter si aspetta e annuncia, sembra difficile.

E invece la piazza, nella quale di solito entrano una Festa di Liberazione più relativo parcheggio, è piena per tre quarti (le navette organizzate per non far collassare la cittadina si sono rivelate utili, più che ottimiste) e, cosa ancor più sorprendente, c’è una gran parte di pubblico giovane, che nel 2001 la Diaz poteva frequentarla tutt’al più come scuola elementare. Attrazione dell’icona, persistenza del nome, fama di performance live torride e scatenate, passaparola o il fatto che di concerti “grossi” qui non ne passano esattamente molti: quale che sia la causa (forse tutte insieme), l’affluenza è notevole.

Il concerto abbraccia tutta la carriera del cantante, con frequenti puntate anche nel repertorio Mano Negra, ma i singoli brani passano quasi in secondo piano: i quattro-talvolta-sei sono più interessati all’energia, al ritmo e a far ballare e divertire il pubblico, e all’uopo mettono su un flusso quasi continuo di musica nel quale le canzoni spesso passano e tornano come frammenti e in cui ricorrono frasi e ritornelli, compreso lo “Y – oo, Y-o-o-o” marleyano, “que passa par la calle?” e altro – si veda ad esempio il trattamento che subiscono le sue “hits”: Clandestino se la spara per quarta, Me gustas tu è una piccola parte di una versione parecchio estesa de La primavera, che su disco ne era praticamente l’introduzione, e anche Clandestino si dilata inglobando versi di un altro brano.

Non è la sarabanda di stili incontenibile e senza pause che erano sia i suoi concerti con “La Manò” sia quelli del 2001: “Tramor” è accompagnato da La Ventura, il gruppo che dal 2010 ha rimpiazzato i Radio Bemba Sound System e rispetto ai quali è più ridotto come organico (basso, chitarra elettrica e batteria più la sua chitarra acustica, e occasionalmente una mini-sezione fiati composta da tromba e trombone) ma anche come capacità di variazioni e articolazioni stilistiche. Infatti la carica che il pubblico richiede e ben accoglie non manca davvero ma, a parte le ballate acustiche e qualche altra eccezione, il resto è un continuum di punk in 2/4 e reggae, che a lungo andare mostra un po’ la corda, soprattutto quando in scaletta si tocca la parte più di maniera del repertorio (ma anche King Kong Five risente dell’arrangiamento adeguato al resto).

Non è un concerto noioso, sia chiaro, ma quando la personalità delle canzoni scuote l’omogeneità stilistica, tutto funziona meglio, realizzandosi davvero come la festa musicale che vuole essere oltre l’impegno politico (il quale, a parte i testi, è limitato a una bandiera palestinese tra un bis e l’altro e a quelle che alcune donne mettono addosso al Nostro mentre suona Clandestino); e che nel finale dedicato a Mala Vida e a un altro paio di classici Mano Negra chiude a tavoletta.

Per cui, la questione iniziale va posta diversamente: Manu Chao nel 2014 è un artista da live, dimensione nella quale è ed è sempre stato a suo agio sia perché il pubblico continua a rispondergli (dalla Toscana mancava da qualche anno ma i palchi del mondo li gira di continuo), sia perché quella discografica per ora pare messa da parte. E la serata di Marina lo conferma.

Essendosi svolto tutto in maniera tranquilla, per le consuete polemiche post-concerto è stato necessario presentare come emergenza 2 giovani con tre spinelli, le immancabili code in uscita e qualche tasso alcolemico sopra il consentito: ma anche questo fa parte del copione.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette