Recensioni

Un disco intimista che diventa inno dei barricaderi, un album nato per essere techno-hardcore che diventa un classico del folk mondialista, un disco uscito senza praticamente promozione (quasi, appunto, clandestino) che diventa un best-seller, l’album che doveva chiudere la carriera musicale del suo autore e invece diventa l’inizio della sua carriera solista (anche se ne resterà il parto migliore), una canzone che parla di isolamento e stranezza che diventa una hit pop: sono varie le particolarità che circondano questo disco proverbiale; contraddizioni come quella inscritta nella parola e nel concetto di Malegria (anche titolo di una canzone dell’album) che riassumono, come certa musica brasiliana, la dialettica tra luce e ombra, tra gioia e umori neri, che caratterizza più gente di quanto si pensi.
L’avventuroso viaggio in Bolivia e la precedente tournée del Sudamerica a bordo del Cargo 92 con i Mano Negra erano state senz’altro esperienze preziose e ricche ma avevano anche comportato un carico di stress e tensioni tali da portare il gruppo allo scioglimento. Così il cantante, stanco e un po’ deluso, torna in Europa vagando tra Madrid, Barcellona e Parigi, stringendo qualche amicizia anche musicale: ha molte canzoni nei taccuini, vuole suonare ma ci sono problemi con l’uso del nome della band, allora pensa a un ultimo disco, un po’ un saluto e un po’ un esperimento di techno – hardcore che, nonostante il suo noto eclettismo e la sua vorace curiosità, è un interesse abbastanza sorprendente. Un bug del computer cancella quasi tutte le parti elettroniche, così tocca al tecnico del suono, produttore e amico Renaud Letang mettersi a risistemare quei frammenti di canzone e brandelli di radio in un flusso coerente, mentre il ritorno verso l’acustico viene sancito dall’ultimo test per la scelta delle canzoni: Manu le suona così davanti a un pubblico per lo più di bambini che viveva nella zona dello studio e sceglie quelle che funzionano meglio in quel contesto.
Una genesi ibrida, insomma, tra i frammenti registrati in giro ma poi sistemati in studio, tra canzoni acustiche e quei tocchi di elettronica che danno colore mentre si nascondono; ma non strana per l’ex cantante di un gruppo che aveva fatto della mescolanza di stili la propria forza, aggiungendo generi a quelli esplorati dai Clash di Sandinista! e compiendo il passo ulteriore di usarli spesso nello stesso brano (e il processo era andato avanti fino alle ulteriori aggiunte latinoamericane del disco conclusivo della loro storia, Casa Babylon).
Il risultato è un folk globalista e dolente, che abbassa i giri rispetto al tiro incontenibile della sua vecchia band togliendo quasi tutto il rock, e nel quale l’aspetto politico della vita degli emarginati non è mai separato da un’immedesimazione umana, che può essere solo parziale ma che è possibile per la fase della vita che sta passando in quel momento il suo autore: un momento in cui dubbi e incertezze si sommano al senso di solitudine da comunità infranta che era stato lo scioglimento del gruppo (con annesse beghe legali), con una voce un po’ da folletto ma capace anche di raccoglimento e dolore.
Clandestino, appunto, title track e canzone d’apertura, che nei ben noti versi iniziali già delinea il quadro emotivo: «soloo voy con mi pena…», reggae acustico attraversato da piccoli dettagli e dalle voci radiofoniche che attraversano tutto il disco, come a dire che l’autore è un’antenna che raccoglie e riporta (e canta-)storie da ovunque, che oltre a su pena ha anche le orecchie per raccogliere quelle altrui e il cuore per rielaborarle. La canzone fluisce in modo molto naturale nella successiva e analoga Desaparecido, l’incalzare della cui melodia sembra nato apposta come un movimento successivo del brano precedente, entrambi caratterizzati da un racconto in cui la dolenza è più marcata della combattività, mentre stabiliscono un parallelo tra la condizione dei migranti irregolari e quella delle vittime dei golpe sudamericani.
Che le cose siano cambiate rispetto ai giorni della band lo spiega bene Bongo Bong: rifacimento della King of Bongo che dava il titolo al terzo album della Manò, orgogliosa dichiarazione di autonomia artistica e alterità di un suonatore di bongo che nella sua piccola comunità veniva apprezzato ma che nella metropoli nessuno apprezza o vuole ascoltare, passa dalla furiosa sarabanda di tamburi nella foresta che era la versione originale a una filastrocca minimale ritmata da un bip, prima di trasformarsi senza soluzione di continuità nell’intimista Je ne t’aime plus (l’aggancio pop che la renderà famosa – e coverizzabile da artisti di tipo svariato, dalla superstar Robbie Williams all’arguto e buffo gruppo tedesco Max Raabe & The Palast Orchestra).
La leggenda del disco si fa qui, in questi primi brani, mentre il resto della scaletta completa l’immagine del viaggiatore con le antenne sensibili, di un moderno aedo che percorre e guarda il mondo, un attimo lo commenta e il momento dopo parla con la sua compagna mentre rielabora un frammento musicale, come da consuetudine della musica popolare, o un discorso colto in qualche tappa o su qualche frequenza.
Il viaggio passa attraverso il reggae circolare di Mentira, una frase musicale di pochi secondi su un campione di Tell Me Is It True degli UB40 ripetuta a lamentare menzogna e cinismo imperanti, che sul finale sfoggia un frammento de La Llorona (un brano tradizionale messicano), poi torna a parlare con l’amata, stavolta del mondo, nell’accorata Lagrimas de oro; passeggia di nascosto nella sorniona Mama Call, torna dalle parti del suo vecchio gruppo alzando battiti e passione in Luna Y Sol, riprende da questa la frase «esperando la ultima ola» nell’omaggio alla madre terra (la «pacha mama») con la filastrocca Por El Suelo; prende la melodia della storica Tequila per parlarci del confine USA-Messco in Welcome to Tijuana (dove oltre al liquore della canzone rielaborata si trovano «sexo y marijuana»), mentre la malinconica serenata Dia Luna Dia Pena accelera gradualmente a introdurre un altro brano a gruppo pieno, la succitata Malegria, con le sue strofe dal finale sospeso e una musica presa nientemeno che dall’italo-disco di Margherita (di Massara); passa per il reggae sospeso e riflessivo di La vie à 2, quello classico e sereno della filastrocca Minha Galera, cui segue il lamento de La Despedida (la musica è la stessa di Mama Call, ma è quest’ultima che è stata composta e registrata mentre mixavano l’altra), finché il desolato e scarno reggae di El Viento, che soffia davvero per gli ultimi 30 secondi del disco, conclude degnamente il racconto con l’immagine del protagonista ancora in giro, benché «sin mas razon», ancora in cammino.
Una storia raccontata per mezzo di canzoni per lo più brevi che a volte sembrano abbozzi, come se potesse essere riportata solo per accenni e quadretti rapidi, mentre le “voci trovate”, tra cui quella del Subcomandante Marcos, danno al disco l’aria di una cassetta registrata vagando tra le frequenze della radio, con sovrapposizioni e interruzioni (e sarà così, anzi di più, il successivo Proxima stacion: Esperanza, 2001). Un messaggio dal globo, globalista ma antiglobalizzazione, talmente centrato che l’europeo Manu Chao, franco-spagnolo, per i poliziotti di Bolzaneto diventerà “il negretto”, tanto si è calato nella parte, tanto ha funzionato l’idea di conoscere condizioni e istanze degli svantaggiati del pianeta, empatizzarci psicologicamente e assorbirne le loro musiche per raccontarli.
Il disco diventa un successo malgrado la quasi nulla promozione, dovuta alla scarsa fiducia nelle sue capacità commerciali sia da parte di Virgin che dell’autore; anzi, per il suo pubblico questa è quasi una garanzia di genuinità, un’appartenenza al circuito alternativo certificata dall’assenza dai circuiti pop commerciali (un concetto di cui molti, oggi, non hanno la minima idea), in particolare è un manifesto per l’anno cruciale 2001, curiosamente quando l’autore ne ha pubblicato il seguito e imperversa per le radio con una canzoncina d’amore come Me Gustas Tu – sempre nel suo stile ma equivocabile da un pubblico pop che nello stesso anno apprezza sonorità analoghe in Le vent nous porterà dei Noir Désir (quando ancora si poteva nominarli parlando solo di musica).
Doveva essere un addio alla musica e invece rilancia la sua carriera, benché artisticamente i dischi successivi saranno pochi e inferiori a questo, che è diventato un pilastro del genere proprio perché lo stato d’animo di rinuncia con cui è stato realizzato era l’ideale per dire quello che doveva.
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