Recensioni

7.5

Continuiamo e continueremo a sostenere che la musica è anche politica, è anche impegno, è anche andare controcorrente rispetto al sentire comune poiché l’arte deve disturbare, non accondiscendere. Piccolo promemoria per introdurre il nuovo album di una vecchia conoscenza, ovvero Mai Mai Mai che, scusate la ridondanza, mai si è sottratto dal voler raccontare con la sua musica storia e tradizioni del meridione d’Europa e del mare nostrum, declinando quel racconto hauntologico di volta in volta verso memoria, mito, leggenda. Stavolta la questione è diversa, ed è l’attualità a finire sotto la sua lente.

Una attualità dolente e martoriata come può essere quella delle terre di Palestina durante gli inusitati attacchi del governo israeliano degli ultimi due anni e che il musicista italiano ha potuto vivere in prima persona dato che questo lavoro non solo nasce da una residenza artistica presso il Wonder Cabinet di Betlemme, ma viene registrato proprio tra Betlemme e Ramallah. Facile intuire che le atmosfere siano plumbee, l’umore non dei migliori, la disperazione e la malinconia per l’inesorabile sfacelo umano più che verificabili, facendo di Karakoz l’album forse più politicamente centrato del nostro e, al contempo, una testimonianza della perdita e della devastazione, anche artistica e non solo sociale, umana, economica, ecc., che lo scempio perpetrato a Gaza ha portato avanti col beneplacito dei governi di mezzo mondo.

Quindi, rimanendo in ambiti squisitamente musicali, Karakoz è un album stratificato nelle modalità e negli umori, fatto com’è di field recordings (la pulsante vita in perenne tensione che emerge da Wondering Through the Crowded Paths of Al-Hisba), fonti sonore d’archivio (la voce filtrata di Hajja Badriya proveniente dagli archivi sonori del Ramallah Popular Art Center), sessioni in studio e performance con artisti locali (Maya Al Khaldi che presta la sua voce all’elegia funebre dell’iniziale Grief o l’elettronica ipnotico-granulosa di Julmud in Dawn Of The Cremisan Valley, per fare due nomi) e non, ma accomunati dallo stesso sentire (Alabaster DePlume in Echoes of the Harvest, per esempio). Un lavoro che fotografa l’intreccio tra oriente e occidente, la commistione tra tradizione etnica ed elettronica post-industrial che Mai Mai Mai ha già sperimentato nei suoi lavori, ma che qui si accende di cupe vampe e feroce rivendicazione di libertà e vita alla maniera di Bryn Jones/Muslimgauze.

Un album crudo e cupo, insomma, attraversato dalla sofferenza come dalla necessità dell’elevazione spirituale, che si fa testimonianza viva e vivida di una attualità becera e che conferma ancora una volta come la musica non debba essere passatempo o canzonette “mentre fuori c’è (realmente) la morte”. Betlemme in my heart, per intendersi.

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