Recensioni

“You better start to move your feet to the rockinest, rock-steady beat of Madness…one step beyooond”. E poi via con uno dei riff di sax più celebri e appiccicosi degli ultimi cinquant’anni, che probabilmente hanno sentito almeno una volta nella vita anche coloro i quali non hanno la minima idea di chi siano i Madness.
Così come probabilmente One Step Beyond – brano dell’adorato Prince Buster al quale avevano già rubato il titolo di un’altra canzone, anch’essa presente in scaletta, per usarla come ragione sociale e che omaggeranno e coverizzeranno in tutti i modi possibili e immaginabili – è il primo pezzo che chiunque citerebbe della band di Londra Nord, con l’eccezione forse degli americani che li conoscono soprattutto per la hit Our House. Ma anche per chi ne ha seguito con devozione la carriera – sempre più che dignitosa e in alcuni casi con dischi tranquillamente all’altezza degli indimenticabili esordi se non addirittura migliori e narrativamente più maturi (il concept sulla gentrificazione The Liberty of Norton Folgate del 2009, tardo capolavoro dalla chiara impronta kinksiana) – il suono fresco, travolgente, eccitante come solo la gioventù e i periodi di cambiamento possono essere, di questo esordio rappresenta una madeleine irresistibile che gli anni, la disillusione e il cinismo non riusciranno mai a sbriciolare.
Sentire la voce di Graham “Suggs” McPherson che chiama a raccolta tutti i misfits e i disgraziati di questo mondo incitandoli a muovere il culo al ritmo di ska e rocksteady, con quel posticcio accento giamaicano che a orecchie odierne non sembra più tanto una buona idea – ma ehi! era il 1979, smettiamola di retrodatare la sensibilità di oggi a un mondo completamente diverso – e ritrovarsi nell’atmosfera di quel periodo, desolata e gioiosa insieme, è un attimo. Chi c’era, anche se come chi scrive questo articolo aveva solo undici anni, ricorderà. Potenza della musica, quando ancora contava qualcosa e riusciva a unire le persone a prescindere da barriere di età, provenienza, classe sociale, pigmentazione della pelle. Erano gli anni della 2-Tone (l’etichetta sulla quale i Madness avevano esordito con il singolo The Prince, dedicato indovinate a chi), degli Specials e dei Selecter, di Don Letts e dei Clash, di bianchi e neri che provavano a dimostrare che si potevano fare le cose insieme alla faccia del razzismo montante, del National Front e di tutta la merda che cominciava a venire a galla. Era l’Inghilterra già orfana del punk ma con ancora quella scossa epocale che le vibrava nelle ossa e nelle sinapsi, giusto un attimo prima di finire sotto il pugno di ferro della “figlia del droghiere” e di entrare in un decennio che si sarebbe rivelato infernale per chiunque non fosse ricco e garantito. Su quel crinale degli anni 70, per un breve attimo, si poteva tuttavia ancora sognare. E ballare.
I Madness sono stati parte integrante della colonna sonora di quel periodo e di quei sogni. Al contrario degli Specials non erano una band multirazziale, erano tutti “nutty boys” bianchi come il latte che veniva depositato tutte le mattine davanti alle case a schiera proletarie in cui erano cresciuti, ma anche se più sfumata e stralunata possedevano anche loro una vena politica. Certamente, a emergere era soprattutto la carica di energia e divertimento che la loro musica emanava.
One Step Beyond segna il passaggio dalla 2-Tone a un’altra etichetta simbolo del periodo, con la quale i Madness resteranno per i successivi cinque anni prima di entrare nell’impero Virgin: la Stiff. E qui entra in gioco il lato B delle influenze e delle radici musicali del gruppo, che oltre alla passione per tutto ciò che arrivava dalla Giamaica – nonché per certo r’n’r/surf/rockabilly/swing strumentale dei primi anni ’60 che ogni tanto fa capolino e per alcune sinuosità esotico-medio orientali un po’ fumettistiche, vedi Night Boat to Cairo – si erano formati nel calderone del pub rock che nella prima parte del decennio aveva fatto da incubatore al punk prossimo venturo. La label di Dave Robinson era il refugium peccatorum per molti di quella ghenga di avvinazzati, primo tra tutti Ian Dury. Altro eroe dei Madness, omaggiato su One Step Beyond direttamente sulla copertina che citava una foto presente sull’album Handsome di Kilburn & the High Roads (la band di Dury prima di fondare i Blockheads): immagine che diventerà emblema del revival ska e che influenzerà a sua volta, in termine di pose e look, molte altre band sparse per il mondo (Torino compresa, vero Statuto?).
A lavorare l’album, un binomio che sarebbe diventato celebre e che avrebbe messo la sua firma su alcuni dischi memorabili degli anni 80, da Elvis Costello ai Teardrop Explodes, dai Dexy’s Midnight Runners a Lloyd Cole (ma anche, ahem…Marylin): il produttore Clive Langer e l’ingegnere del suono Alan Winstanley. Coppia che si integrava alla perfezione, essendo il secondo un perfezionista patologico e il primo uno che spingeva ai confini dell’accettabile e pure oltre i limiti degli strumentisti, riscattando gli errori e trasformandoli in un marchio di fabbrica. Si ascolti, per fare un esempio, come suona in diverse occasioni il sax di Lee Thompson, a tratti così fuori tonalità da fare il giro completo e sembrare perfettamente in tune.
Fiati che connotano in modo evidente il sound del gruppo, insieme alla chitarra funzionale di Chris Foreman, alle battute in levare e alla giungla ritmica impostata dal bassista Mark Bedford e dal batterista Dan Woodgate (a proposito di giungla: che spasso che è ancora oggi Tarzan’s Nuts, una One Step Beyond che più che alla Giamaica guarda alla Napoli trasportata in un’Arabia della mente da Renato Carosone). Ma a ben ascoltare quello che diventerà il tocco inconfondibile di Langer & Winstanley lo si ravvisa soprattutto nelle tastiere di Mike “Monsieur Barso” Barson, che punteggiano in modo discreto ma decisivo le canzoni e che in alcuni casi fanno loro da ossatura (lo scintillante swing jazzato di Razorblade Alley, che poi in realtà alla fine ricorda soprattutto Ray Manzarek e i Doors se si riesce nell’impossibile impresa mentale di abbinare i Madness alla California hippy degli anni 60).
E poi, naturalmente, c’è la voce di quel gigione irresistibile di Suggs, a suo agio sia quando fa la parte di un fidanzato dimesso e trattato come un minus habens dalla ragazza (My Girl) che quando impersona un berciante sergente dell’esercito in Land of Hope and Glory. A proposito di quest’ultima, viene in mente un altro ingrediente del minestrone Madness: è quello della comedy tipicamente britannica, dal Goon Show di Spike Milligan e Peter Sellers ai Monty Python. I cinquanta secondi dementi e demenziali di Chipmunks are Go! che chiudono l’album nel modo più assurdo possibile, per non parlare del Čajkovskij virato ska di Swan Lake (sì, proprio quel lago dei cigni) la dicono lunga. E questo forse è un aspetto che un po’ ha pesato nella percezione dei Madness, soprattutto fuori dal Regno Unito dove gli ammiccamenti tongue in cheek e i riferimenti musicali e (pop) culturali erano più facilmente comprensibili.
Troppo spesso confinati al ruolo di simpatici cazzari e presi in ostaggio come padri nobili dalle successive (e tremende) ondate ska, si sono sottovalutate la finezza stilistica, la visione sincretica e l’originalità nell’ibridare correnti musicali che fino a quel momento non si erano ancora mescolate. È proprio il meticciato sonoro, lontano dalla concezione un po’ circense e kitsch di un decennio più tardi e delle varie patchanke future, a connotare un disco come One Step Beyond, ben oltre il suo essere rimasto incastonato nell’ambra di un periodo storico e della sua estetica.
Ma in Inghilterra queste cose le sanno: per loro i Madness sono un’istituzione, e a dimostrarlo bastano le tracce chiare e distinte di Suggs & soci che possiamo ritrovare passando al detector una buona parte del pop britannico degli ultimi decenni, dai Blur ai Supergrass, dai Kaiser Chiefs agli Art Brut. Tutta gente che nessuno assocerebbe mai allo ska, non a caso.
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