Recensioni

6.7

A tre anni (abbondanti) dall'apprezzabile The Liberty of Norton Folgate, i Madness tornano a dimostrarci come la seconda giovinezza non sia solo un bolso luogo comune ma un'eventualità possibile, anche e soprattutto nel supergiovanilistico mondo del pop-rock. Certo, vale la regola che è difficile ascoltarli e scriverne senza voltarsi indietro, nella fattispecie a quegli 80s che li videro rappresentare una via di fuga tanto cazzona quanto intelligente all'oppressione tatcheriana. Un vero e proprio esercizio di dadaismo caricaturale dai risvolti umani il loro, che nella sinergia tra videoclip e canzone li proponeva come dei nipotini scellerati (e a tratti gratuiti) dei Monty Python, ad uso e consumo dei post-punk alla ricerca di un disimpegno che non disimpegnasse troppo i neuroni.

Nevrotici, folli, allegri, ma con sotto un cuore che pulsava tra gli ska, i vaudeville e gli errebì. La loro eredità si è dispersa tra le tante band che hanno tentato di tenere vivo il mix senza mai azzeccare la sintonia col presente, a meno che non si voglia annoverare tra gli epigoni certi Blur (e in parte ci può stare). Quindi oggi McPherson e soci si ritrovano con un capitale mitologico pressoché intatto da proporre ai nostalgici di mezza età e di rimbalzo ai più giovani, bisognosi di nuove dosi di cazzonismo come antalgico per nuove e sempre più pressanti oppressioni (e infatti vedi il successo che riscuotono i vari circhi radiofonici e il solitoidiotismo cinetelevisivo). Però i Madness non stanno al gioco, non cadono nell'errore di fare la trita rifrittura dei Madness rischiando il ridicolo. Ovvero, ci marciano eccome sulla loro fama – e ci mancherebbe – ma sanno bene di non poter più interpretare quel ruolo, per cui chiamano a raccolta il mestiere e la maturità sfornando un songwriting – come dire? – post-Madness, ovvero pop gradevole, guizzante, a tratti denso, guarnito di espedienti ad hoc.

Capace d'ingegnarsi agrodolce (il doo wop in salsa reggae di Misery) e cotonarsi disco (la vagamente inquieta Never Knew Your Name), d'imbronciarsi trip-hop (una Death Of A Rude Boy che sfoggia trovate futuristico/fumettistiche quasi Gorillaz – il che chiude uno strano, intrigante cerchio) ed incalzare power pop (Leon). E' un disco che non aggiunge virgole significative alla loro vicenda e neppure paragrafi sul libro del pop rock contemporaneo, ma che si fa forte della sua inessenzialità rendendola l'alibi perfetto per sbrigliare estro disincantato (il reggaettino slavato di How Can I Tell You?), a costo di svariare tra improbabili siparietti mariachi (La Luna), piacionismo errebì (My Girl 2) o malinconie noir (la invero un po' didascalica Powder Blue). Quanto allo ska, è ingrediente quasi omeopatico che quando viene a galla sembra una caramellina che si scioglie subito (So Alive, Black And Blue). Ed è meglio così.

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