Recensioni

Con un nuovo full length intitolato Funeral Jazz i Macelleria Mobile di Mezzanotte si confermano una delle band più interessanti ed originali in circolazione oggi in Italia. Come aveva annunciato il cantante Adriano Vincenti nella nostra intervista esclusiva, il gruppo torna con un nuovo lavoro, fuori per Subsound Records a fine aprile. Nove brani di sesso sporco, amore e sconfitta; solo oscuro e funereo “crime noir jazz”. Il combo romano ci consegna il lavoro più a fuoco, evoluzione logica (ma non scontata) del precedente Black Lake Confidence, uscito nel 2013 per la per la label romana Trips Und Träume.
Macelleria Mobile di Mezzanotte (MMM) nasce all’inizio dei Duemila a Roma come progetto industrial-power electronics di Adriano Vincenti. Il nome del progetto è tratto dalla versione italiana del titolo di un racconto dello scrittore “splatter punk” Clive Barker (in originale era The Midnight Meat Train). Nel corso degli anni Vincenti si è circondato di diversi collaboratori, sino a formare una vera e propria band con l’ingresso in pianta stabile di Lorenzo Macinanti, per la parte elettronica e Pierluigi Ferro al sax.
Incamerata, assimilata e mai rinnegata la violenza elettronica degli esordi, i MMM di oggi possono permettersi di fare un ottimo disco come Funeral Jazz, forti soprattutto delle esperienze fatte dai diversi progetti dei membri della band: dall’elettronica dei Moonlite Bunny Ranch di Macinati e Ferro, sino al depressive black metal degli Zoloft Evra, passando per diversi progetti harsh noise pubblicati dall’etichetta di Vincenti, Signora Ward Records, specializzata in “True Crime Italian Power Electronics, Snuff OST”.
Funeral Jazz, come altri lavori della band, si nutre di un immaginario da cronaca nera: musica da bar anni Trenta, film e libri hard boiled, e vecchie pin-up, il tutto condito da atmosfere cinematografiche che ricordano le colonne sonore di Angelo Badalamenti per i lavori di David Lynch. Questa volta, però, tutte le suggestioni letterarie e cinematiche dei precedenti lavori dei MMM riescono a condensarsi in un “depressive jazz” con raffinate tessiture elettroniche post-industriali (Il Buio Dentro), suonando come un affascinante – quanto pericoloso – abisso senza fondo, un incubo in cui Emil Cioran si ubriaca con Raymond Chandler dentro un quadro di Edward Hopper.
La pulsione omicida di 1000 Sigarette E Un Omicidio apre il lavoro, con Vincenti che recita “Trovalo e uccidilo, allo specchio”, mostrando tutti i temi cari alla band: l’omicidio passionale, il tradimento e la colpa. Segue l’ottimo brano Slow, esemplificativo del nuovo corso (nel testo Vincenti esclama in maniera inquietante “lascia che le mani tocchino il cuore”), messo in scena anche in un video realizzato per il lancio dell’album. In questo brano, come nella successiva Funeral Jazz e in Black Byrd BeBop Benzedrine, il lavoro di Pierluigi Ferro al sax è eccellente, accompagnando degnamente la cupa voce del cantante, che sembra provenire da una sorta di “Loggia Nera” situata alla fine di un lungo viaggio al termine della notte.
Se Boogie Woogie Traditore è un brano sul tradimento e la vendetta che mette i brividi, in Dalia Ultimo Addio il noir hard boiled letterario si scioglie in divagazioni strumentali che lasciano il passo ad uno dei brani più riusciti del lavoro: “lo swing di morte” intitolato La Semplice Arte del Delitto. Nel brano l’elettronica ambient di Macinati, coadiuvato da Riccardo Chiaretti, si sposa con un evocativo “white jazz” in cui tutto ciò che resta è soltanto la volontà di ricordare. Degna conclusione del lavoro è l’ottima Love Affair, emblema del nichilismo di chi non ha più niente da perdere, elegia della sconfitta bagnata nel sangue in questi anni bui: “di tutti questi anni rimangono solo le lacrime e il sangue di chi non cerca il perdono”.
In tempi di triste conformismo musicale e buonismo da quattro soldi, fa piacere sentire che in Italia ci sono ancora gruppi con radici in sonorità underground che mantengono ancora la schiena dritta, capaci di guardare direttamente in faccia il dolore e l’oscurità dell’esistenza. Del resto, “il buio dentro” o ce l’hai o non puoi comprenderlo e non si dovrebbe mai chiedere perdono per ciò che si è.
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