Recensioni

A volte il tempo non scorre, si ferma. Capita molto spesso nell’arte, e il ritorno dei Flotation Toy Warning lo dimostra. Sono passati tredici anni dal debutto, Bluffer’s Guide To The Flight Deck, e, per certi versi, in The Machine That Made Us il chamber-pop dei londinesi è rimasto identico: etereo, delicato, quasi impercettibile. Eppure, a volte è proprio questa capacità “negazionista” a rendere interessanti brani intimisti che puntano dritto alle emozioni, ma scelgono di farlo in maniera diametralmente opposta ai Cigarettes After Sex. L’esordio del quartetto costituiva un’istantanea della pasta sonora dei Flotation Toy Warning: il punto d’incontro tra la malinconia di Sparklehorse e l’avant-pop dei Mercury Rev con piacevoli flessioni oniriche in stile Sigur Rós e schizofreniche alla Flaming Lips. Il decennio che lo separa dal suo successore ha sostanzialmente mantenuto salde queste direttive sia nella fase di scrittura che in quella di arrangiamento.
Il secondo disco della band britannica si inerpica su melodie dolci (Controlling The Sea) combattendo con momenti più difficili da digerire a causa di ritmiche sbilenche e repentini cambi di atmosfera (Due to Adverse Weather Conditions All of My Heroes Have Surrendered). Paesaggi onirici (I Quite Like It When He Sings) si alternano a brani più oscuri che vivono in incastri e contrapposizioni nette: quella più evidente è la messa a fuoco di un’elettronica che lotta con l’acustico su più fronti (King Of Foxgloves).
Il ritorno dei Flotation Toy Warning segna un continuum con il suo predecessore, facendosi portatore dei pregi e dei difetti di una band nelle cui vene scorre un art-pop a tratti minimale e contaminato che non sempre riesce a far quadrare il cerchio.
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