Recensioni

7.3

Nel terzo e magnifico album Transfiguration Of Vincent, M. Ward scavava il cuore riposto di Let’s Dance proponendone una versione folk in punta di dita, cantata con voce assorta e sdrucita, quasi fosse sul punto di inciampare in un miraggio. Sembrava un rovesciamento paradossale del pezzo funk rock che avviò la luminosa traiettoria del Bowie superstar anni ‘80, salvo poi appurare che somigliava molto a come l’ex-Sottile Duca Bianco l’aveva concepita in origine, prima cioè di affidarla alle sapienti cure di Nile Rodgers

Oggi, venti anni più tardi, in un mondo che nel frattempo – ahilui – non conta più Bowie tra i suoi abitanti, Ward chiude il cerchio rileggendo la più struggente canzone di Blackstar, chiamata non a caso a chiuderne la scaletta (e quindi – fa un po’ effetto scriverlo – a porre il suggello alla carriera stessa di Bowie): I Can’t Give Everything Away nella versione di Ward è uno strumentale dai contorni onirici, ospite il vecchio amico Jim James e soprattutto il sax corposo di Kelly Pratt (già collaboratore di Arcade Fire e David Byrne tra gli altri). Ma alla luce di questa e di tutto Supernatural Things, viene da pensare che in realtà sia stato chiuso almeno un altro cerchio. 

È Ward stesso a suggerirlo nelle note stampa quando definisce questo nuovo lavoro come una sorta di “estensione” di Transistor Radio, l’album del 2005 che calava esplicitamente sul piatto la sua fascinazione per la radiofonia, un’angolazione poetica decisamente retrò che però non si limitava a rimestare nostalgia ma cercava di sintonizzare nel presente la vibrazione residua dell’accadere sonoro, quella che un tempo veniva intercettata grazie a una scatola tanto magica quanto misteriosa, vale a dire appunto la radio (terza legge di Clarke: “qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”). 

Come sa bene chiunque abbia esplorato le frequenze girando una manopola (ok, dovrebbe saperlo anche se lo ha fatto premendo il tasto della sintonia digitale), la radio ha la capacità di fondere il vicino e il lontano in uno stesso moto percettivo (l’epocale slogan di Nunzio Filogamo “Cari amici vicini e lontani” conteneva assai più risvolti di quanto non sembrasse). Quasi che lo spazio – uno spazio potenzialmente identificabile col mondo – finisse risucchiato anzi collassato in una dimensione raccolta, intima, interiore. Però – attenzione – senza smarrire il senso e il peso della distanza. Si definiva così un luogo emotivo nel quale accadeva di tutto, un campo di condensazione di oggetti sonori esotici, anomali, imprevedibili, alieni. Ecco, questo è un aspetto che merita di essere sottolineato: nell’ascolto radiofonico la stranezza della musica non veniva mai neutralizzata, anzi era parte integrante del suo fascino. La radio era, di per sé e a qualche livello, straniante.

Tornando all’oggetto della recensione, si capirà quindi perché nella title track – mid tempo acidulo che orbita attorno a un sogno con protagonista nientemeno che Elvis – d’un tratto senti Ward cantare: “something you cannot apprehend/is on your conscience/when you feel the line is growing thin/between beautiful and strange”. Proprio così: nella radio il bello e lo strano si sovrapponevano fino a coincidere. Tutto ciò prima che l’industrializzazione della radiofonia – con le playlist preconfezionate a livello network – e poi la sua cannibalizzazione da parte delle piattaforme di streaming, non piegassero ogni stranezza alle esigenze di standard sempre più globali, formattando le canzoni sui criteri di orecchiabilità più redditizi, così da far coincidere il bello con un ingegnoso (quando va bene) soddisfacimento delle aspettative. 

Poetica ed estetica di M. Ward si muovono da un paio di decenni all’ombra di questa consapevolezza, da cui una nota dominante di, come dire, afflizione retrò. Le sue canzoni hanno spesso potuto contare su una buona ispirazione, su un equilibrio ora placido e ora effervescente, sul gusto garbato ma acuto per testi enigmatici, evocativi e accorati. Ma a renderle particolari – ovvero inconfondibilmente sue – è la convergenza di tutti gli elementi in gioco – stili, timbri, temi – nel dare vita a un teatrino di contro-nostalgie, di fantasmi che infestano la meccanica di sentimenti vivissimi. È come se le canzoni di M. Ward accadessero in un presente anteriore, come se non si rassegnassero a esistere malgrado la vaporizzazione di tutti i paradigmi che ne determinavano caratteristiche e potenziale.           

Si tratta di un’angolazione che ha attraversato tutta la sua discografia, quella da solista innanzitutto ma anche l’unico album frutto della splendida digressione Monsters of Folk (assieme a Conor Oberst, Jim James e Mike Mogis) e i ben sette sfornati dal fortunato duo She & Him (in sodalizio con Zooey Deschanel). Una coerenza che apre al rischio di una certa monotonia, più formale che tematica a dirla tutta. Ma si tratta di una scelta ben ponderata e, conformemente agli obiettivi che Ward si pone, efficace: ovvero, ignorare le strategie a pronta presa, gli appigli sensazionalistici che assicurano la fiammata di streaming a ridosso dell’uscita, a favore di una stratificazione di segni, strutture e riferimenti che chiedano di essere esplorati, soppesati, indagati, rivelati. Come se la sostanza di queste canzoni non esistesse di per sé, ma emergesse solo grazie a un ascolto che vuole essere scavo, setaccio, scoperta (ma non dovrebbe essere sempre così?).  

E quindi, oggi, nello specifico caso di Supernatural Thing, la domanda è: perché, nell’epoca dello streaming e dell’artificiale, chiamare in causa il soprannaturale? E in che senso? Sembra, a dirla tutta, un modo appena più orgoglioso e vivace di dare forma al rimpianto di cui sopra, lasciando trasparire in filigrana un monito ben circostanziato: non ci sono più le condizioni perché si verifichi la manifestazione prodigiosa, misteriosa, esotica, magica delle canzoni. In ragione di ciò, stiamo perdendo un patrimonio di esperienze emotive disallineate, perturbanti, a maggior gloria di una produzione musicale sempre più ottimizzata, tendente all’automazione di ogni parte del processo.  

Perciò, il languore distillato da un indolenzimento latino di Too Young To Die – che vede il trepido featuring delle svedesi First Aid Kit – può permettersi di evocare un mondo in cui una frase come “teach a kid guitar he’ll be broke for the rest of his life/but too young to die” poteva rappresentare la chiave per aprire lo scrigno di tutta un’esistenza. Un mondo in cui la musica era il codice che può interpretarti grazie a una lingua sconosciuta, come sembra suggerire il doo-wop marezzato jazz di Dedication Hour (stavolta la musa femminile è la sempre suggestiva Neko Case) in un verso che non ha bisogno di troppe spiegazioni: “All You hear is all I am”. 

Dal messaggio al se stesso futuro di Lifeline – con la sua acquosa fragranza folk blues – alla cover dal vivo e in punta di cuore di Story Of An Artist (più soffice e lenta dell’originale firmata Daniel Johnston), la scaletta sfoglia la margherita di siparietti eterogenei e vibranti, dal rock’n’roll plastificato in una glassa androide di Engine 5 (ancora con le First Aid Kit) al boogie blues bruciacchiato di elettricità e cherosene di New Kerrang (ospite la chitarra crepitante di Scott Mcmicken), da una Mr. Dixon un po’ stramberia arcigna Howe Gelb e un po’ incubo bizzoso Eels (con il contributo dei folk-rocker del South Carolina Shovels & Rope) fino alla commovente For Good, ballad che ciondola tra folk agrodolce e doo wop cremoso (“I’m thinking one more kiss like this/and that will be the one that drowns me for good”).

Soprannaturale è quindi ciò che una canzone può fare, anzi potrebbe. Ed è proprio nello iato tra indicativo e condizionale che l’intensità poco appariscente di M Ward dispiega tutta la sua forza, la sua direzione e dedizione: è un viaggio tra cuore e memoria, un atterraggio morbido su un pianeta inaridito, uno sguardo che vede i fantasmi così bene da saperli consolare. Dentro di noi.

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