Recensioni

Lo shobiz ci riserva spesso ironie di questo genere. Del tipo: musicista di vaglia con alle spalle un repertorio di prima categoria ottiene il meritato successo grazie ad un piacionesco progetto laterale. Infatti Volume Two degli She And Him – duo allestito da M Ward assieme all'attrice, modella e cantante Zooey Deschanel – ha saputo arrampicarsi fino ad una ragguardevole sesta posizione nelle charts USA, che significa un bel po' di soldi e notorietà. Ora, massimo rispetto per il pop retrò della coppia, un mix davvero azzeccato di immediatezza, entusiasmo e cura quasi filologica del dettaglio vintage, ma da solista il buon Matthew Stephen Ward ha fatto ben altro, e che ve lo dico a fare. Mai un album meno che buono dal '99 ad oggi, uno ogni biennio circa, con picchi di eccellenza come Transfiguration Of Vincent (2003) ed il penultimo Hold Time (2009).
Trend puntualmente confermato dal qui presente A Wasteland Companion, che a ben vedere compie l'ennesimo piccolo miracolo di reiterare la calligrafia senza sembrare ripetitivo, anche perché adempie il compito alzando di un'altra tacca il livello di raffinatezza, senza con ciò rinunciare al gusto dell'immediatezza ruspante e un po' grossolana. Vedi Primitive Girl, boogie impastato di flemma amarognola e fracassona, come un teatrino liberatorio e poco alcolico o se preferite una versione sgranata dei New Pornographers, un po' la stessa aria che si respira nel siparietto onirico fifties – un Roy Orbison strattonato Plastic Ono Band – di Sweetheart, con la sodale Zooey a fare un po' la Neko Case della situazione. Pezzi che sembrano sgomitare per farsi largo attraverso le strade invisibili della diffusione radiofonica, essendo come è noto la radio elemento centrale del codice Ward, il quale sembra quasi progettare dischi immaginandoli nel momento esatto in cui sbocciano dall'airplay nelle case. Regalando un brivido, una vibrazione, una distrazione, il soffio di una magia incomprensibile che ti resta addosso come un'ombra buona.
Ed ecco spiegato questo carosello di canzoni, delicate e baldanzose, ciondolanti e accorate, dal cipiglio acidulo Giant Sand di Watch The Show all'acquerello gospel di Pure Joy, dalla malinconicamente waitsiana Crawl After You alla scanzonata I Get Ideas, dall'irrequieta Me And My Shadow (un up tempo condito di frenesia quasi Dream Syndicate) al languore asprigno della stupenda Clean Slate, colonna sonora perfetta di una lacrima che scende su una fotografia. L'attualità di questo crooner discreto e stropicciato sta nella capacità di stemperare ricerca, profondità e devozione in un linguaggio a pronta presa che non indulge in nostalgie, ma con morbida impudenza mostra l'adeguatezza della tradizione folk rock come forma narrativa del presente.
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