Recensioni

Per chi è sopravvissuto alla guerra, il resto dell’esistenza non può
che essere dolce. Questa frase, o qualcosa del genere, diceva qualcuno
in Bolero – Les Uns Et Les Autres,
film di Claude Lelouch di troppi anni fa. Parole che non ho più
scordato, e che mi tornano utili quale ideale chiosa al quinto album di
M. Ward. Canzoni che inseguono una tenerezza possibile però mai
completa, gravata in qualche modo dal tipico torpore del Nostro, da
quel suo imbastire un’illusoria (e illusionistica) dislocazione
temporale, tentando di riprodurre un’età del bronzo
sentimentale/musicale situata tra gli albori della contemporaneità e
l’irreversibile tramonto dell’innocenza. Dopo la guerra, d’ogni ordine
e grado, c’è innanzitutto la ricostruzione del sé nel mondo, un mondo
di possibilità pur tra le certezze sventrate. L’euforia, la dolcezza e
il timore in un impasto fragile ma vitale.
Ed ecco quindi che Post-Warsuona come l’album più accattivante di Matt, forse il più leggero ma di
una leggerezza che al solito t’inguaia. Non potrebbe essere altrimenti
con quella voce che scava bassorilievi struggenti, ruvide sinuose
escrescenze d’anima, sperdute tra incanto e dissipazione, tra pietà e
speranza malgrado tutto il livido del cielo sopra le macerie. Guizzi
luminosi e succose vibrazioni di hammond tra desertiche ubbie tex-mex (Right In The Head), un’efflorescenza vaudeville beachboysiana (Magic Trick), soul languido spinto da pigri riverberi d’organo (la title track), una locomotiva folk-blues a perdita d’occhio (Chinese Translation), gracili miraggi d’archi per scentrati deliqui fifties (Poison Cup), una calda intossicata malia gospel (Rollercoaster):
il cuore prezioso d’ogni pezzo nascosto nella nebbia d’una messinscena
che ormai ben sappiamo, quel senso di rassegnazione emotiva,
d’irreparabilità, di presente catturato in un ritratto antico, dal
quale sgorga una vivida, energica nostalgia.
Come in To Go Home, cover di Daniel Johnston a galoppo in un entusiasmo senza gravità, tra brume à la Howe Gelb ed evocative pennellate vocali gentilmente offerte da Neko Case.
Il ragazzo è cresciuto, ormai sa giocare col proprio fare musica, sa
spingersi fino al limite dell’abisso che separa l’allegria dalla
cupezza, masticando noir e umorismo con polverosa disinvoltura Tom Waits (la stupenda Requiem).
A noi che da tempo lo apprezziamo, non resta che goderne. Tuttavia ci
lascia un senso di preoccupante capolinea poetico, sottile e
angoscioso, ben chiaro nella conclusiva Afterword/Rag,
valzer affogato in crema d’organo prima e minimale elucubrazione
folk-blues poi: s’avverte come uno sforzo di risveglio, un procedere a
tentoni nel buio d’un sogno appena svanito, che non si vorrebbe più
dover sognare.
Post-War, ovvero post-Ward?
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