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7.6

Con l’opera seconda M. Ward non si limita ad affinare, smerigliare, definire l’abito sonoro per le proprie diafane scorribande al confine tra memoria, mistero e nostalgia. Certo, la maggior parte del lavoro risiede proprio in questo, solo che facendo le pulizie delle falsarighe tracciate con Duet For Guitars #2, sono saltati fuori tanti di quei particolari che riposavano nella confusione, nascosti sotto al pur fascinoso fruscio della bassa fedeltà. Da un lato, s’ispessisce l’esotismo indolente già perorato nella prima, frastagliata prova. Dall’altro, le possibilità offerte da una decente anzi degnissima produzione permettono di ricorrere sistematicamente all’utilizzo dell’elettronica e dei sample, vero e proprio sostrato su cui in pratica ogni manufatto si adagia, spesso incorporandone il brusio, metabolizzandolo in un solo momento espressivo.

L’effetto è straniante, l’ascolto si consuma in compagnia di un persistente retrogusto d’assurdo, quasi che il tempo o lo spazio o chissà quali sistemi di segni fossero incappati in uno strisciante cortocircuito. Poi c’è la dolcezza, il trepido malinconico respiro di queste melodie, e gli strappi improvvisi, lo svacco e l’abbandono, carosello di visioni incartapecorite e scintillanti. Come per Duets For Guitar #2, l’inizio è in punta di piedi, strumentale, ed è la title track: il fingerpicking è dolente, sospeso su uno sfondo di feedback cupi e riverse minacciosi, quasi ad annunciare la dialettica tra grazia e consapevolezza, tra incanto e realtà che pervade tutto il disco. Cigolii. Fischi. Found voices. Ectoplasmi vari. Vecchi 78 giri che si rimettono a girare. Come nel soul-folk dolciastro di Bad Dreams, quella malinconia succhiata da un reperto Neil Young periodo On The Beach. Poi prendi l’andazzo da jazz strascicato di Ella, armonica e falsetto indolente, il piano e le maracas, i piatti spazzolati e la chitarra farraginosa, un precipitare scomposto d’oggetti dalla soffitta. Eppoi le brume calypso su brontolio folk-blues di So much Water. Oppure gli intarsi operistici ed il piano gelbiano nel crepuscolo folk di Carolina.

Prendi tutto in un solo lungo abbraccio, e puoi forse intravedere l’allucinazione collettiva cui mira Ward, laddove un Linkous avrebbe imbastito una casa di specchi per la propria intimissima nevrosi. Matt invece annulla le pareti, sublima le distanze. E’ un segnale che si fa intercettare, che cuce il lontano e il vicino. E’ una strategia di frammenti che ti mangia il cuore, come fa il country sonnacchioso di Half Moon (struggente come certo Gelb, tra slide impalpabile e tamburini). E’ un baluginare di spiriti senza casa né tempo, come la visione d’angeli terreni in Archangel Tale (gli archi, il flauto, i campanellini, i grugniti elettrostatici), come gli umori esotici e le uggie religiose di Psalm (Nick Drake se fosse nato sulle rive del Mississippi). E’ una semplice, diretta, limpida dichiarazione d’amore per un viaggio fatto di note che non finiscono di farsi ascoltare, come il folk blues luminoso di Color Of Water (dal piglio rurale come la tarda classicità Neil Young di Harvest Moon) dove la voce si sdoppia e sfarina tra echi tropicali, dove la slide e il piano sono refoli di sogno.

Ogni traccia un’occasione, un’apertura che si schiude, fantasmi gracchianti che entrano (il folk blues rauco di Seashell Tale), treni che si dileguano sferragliando (il piglio country blues di Silverline, con qualcosa degli Zeppelin acustici), strategie minime (il bolgie piano-chitarra-batteria di Flaming Heart) e marchingegni strani (le giustapposizioni di chitarra acustica e feedback di From A Pirate Radio Sermon, 1989, speranzosa e zoppicante). Malgrado ciò, stupisce la cangiante struttura di O’Brien/O’Brien’s Nocturne, con la voce quasi waitsiana in primissimo piano a masticare un bozzetto di melodia come Gelb insegna, una seconda parte dall’estenuante afflato, interlocutorio e senza fine, la chitarra e il basso, le maracas e il bofonchio elettronico.

E’ un po’ come camminare ad occhi aperti in una lunga camera di decompressione. Il modo di M. Ward per salutarci. E invitarci a tornare.

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