Recensioni

In quanti modi si può raccontare un artista? La risposta può essere – dovrebbe essere – semplicissima: non c’è un limite. Per almeno un motivo: è impossibile stabilire dove porre il confine tra vita e arte, e soprattutto capire cosa sia questo confine, a partire da quanto sia esteso e poroso. È un aspetto, questo, che fa dell’arte – anche di un’arte così aleatoria e al tempo stesso codificata, così effimera tuttavia performativa come la canzone – un mistero esposto. Se poi tali considerazioni vengono applicate al caso di Lou Reed, beh…
Del rocker newyorkese abbiamo potuto leggere un paio di anni fa l’ottima biografia Lou Reed. Il re di New York firmata da Will Hermes, quindi sulla sua vita e sul suo percorso artistico abbiamo un quadro d’insieme ancora fresco. Tuttavia, e appunto, c’è un elemento che non è stato esplorato abbastanza: la fascinazione di Reed per le arti marziali in generale e per il Tai Chi in particolare. Che difatti non era soltanto una “fascinazione”, ma un coinvolgimento vasto e profondo. Qualcosa che ondeggiava tra l’ossessione e la ragione di vita, anche se osservato dall’esterno poteva sembrare una specie di terapia. Già, perché è a partire dagli anni ‘80 che Lou inizia a praticare arti marziali, ma è nei primi anni Duemila, col peggioramento delle condizioni di salute – frequenti dolori alle articolazioni, il diabete, l’epatite C… – che il Tai Chi diviene il centro di gravità attorno a cui ridisporre i pezzi della propria esistenza, l’equilibrio tra corpo e mente. È allora che incontrò il maestro Ren Guang-yi.
C’è un aspetto curioso che è giusto affrontare innanzitutto: questo libro è attribuito a Lou Reed, ma di fatto i suoi interventi autografi si limitano a pochi paragrafi. In realtà Reed avrebbe voluto scriverlo, ma non ha trovato la quadratura tra impegni ed energia per riuscirci. Il suo obiettivo era: contribuire alla diffusione del Tai Chi presso, beh, chiunque. Questo perché in pochi anni di dedizione – si allenava praticamente ogni giorno – era divenuto un allievo esperto e quindi anche a sua volta un insegnante. Si sentiva salvato dal Tai Chi e non perdeva occasione per convincere altre persone – vecchi amici e nuove conoscenze – a farsi a loro volta salvare. Detto questo, quanto è lecito considerare questa raccolta di testimonianze e interviste sul rapporto tra Lou e il Tai Chi come un saggio di Lou Reed sul Tai Chi?
Secondo Laurie Anderson, lo è senza alcun dubbio. Come afferma in postfazione: “Devo dire che è strano e meraviglioso collaborare con qualcuno che è morto da quasi dieci anni. Stiamo lavorando con Lou oltre la vita cercando di immaginare cosa farebbe come autore di questo libro e come continuare a portare avanti le sue idee e la sua energia”. Anderson ha curato il volume assieme ad amici e collaboratori di Reed come Stephan Berwick, Bob Currie e Scott Richman. Il risultato è interessante perché ha il pregio di girare attorno alla figura di Lou come si farebbe con una scultura viva, fornendo punti di vista eterogenei, distribuiti in un periodo lunghissimo anche se concentrati soprattutto nell’ultima fase della sua vita. Lasciando emergere perciò una sagoma che collima solo in parte con quella del rocker scontroso e geniale. Certo, la rabbia resta un elemento centrale, lo era persino nella dimensione meditabonda e trattenuta del Tai Chi, di cui Reed prediligeva l’aspetto più agonistico, dichiarandosi affascinato dalla forza esplosiva del maestro Ren nonché dalle armi tradizionali cinesi associate alla pratica (avete presente la spada nel libretto di The Raven? Ecco, è una di quelle). Ma in molte altre circostanze assistiamo all’emergere di un Lou pacificato, riflessivo, addirittura empatico.
La ricerca dell’allineamento con tutte le forze in gioco era diventata la sua ars vivendi, o se preferite la corazza contro i demoni che continuavano ad assediarlo. Demoni antichi, con cui avrebbe fatto per sempre i conti. E che affrontava con ogni mezzo a disposizione. Prendete Hudson River Wind Meditations: pubblicato nel 2007, è sostanzialmente una colonna sonora per allenamenti di Tai Chi o sedute di meditazione. Fu un disco che all’epoca mi sembrò il lontano cugino rarefatto di Metal Machine Music, una specie di suo spettrale contrario. E in un certo senso era vero, almeno per come si sottraeva alle logiche discografiche standard. Ma rispetto al famigerato e furibondo predecessore strumentale del 1975, Hudson River Wind Meditations aveva hackerato la rabbia, trasformandola in pace o più precisamente in una rappresentazione plastica di tempo e spazio (spazio nel tempo) in cui non è contemplata alcuna possibilità di conflitto. Parliamo comunque di un disco – di due dischi, in realtà – piuttosto alieni rispetto al percorso espressivo di Reed. Quasi fossero due non-dischi. Due armi.
Ed ecco la domanda: cosa c’entra davvero il Tai Chi con la musica di Lou? Che ruolo e valore attribuirgli, se a interessarci in fondo – con buona pace degli interrogativi esposti sopra – è l’uomo in quanto musicista? Una interessante testimonianza arriva a chiarire (o meglio: a confondere in maniera intrigante) la questione. Ne è autore Rob Norris, bassista della band power-pop dei Bongos, che riferisce di una chiacchierata con Lou avvenuta a Boston all’epoca dei Velvet: “Lou mi disse che l’assolo di chitarra in I Heard Her Cal My Name era il suono dell’illuminazione che irrompeva nella testa. Era un altro modo di vederla. O è la velocità o è la luce bianca che ti esplode nel cranio e ti sveglia”. Sempre a tal proposito, Laurie Anderson sottolinea un dettaglio più che curioso: “Ho pensato a Sunday Morning, una delle canzoni di Lou che per me è la vera essenza del Tai Chi. Watch out, the world’s behind you! Mi ricorda il modo in cui il maestro Ren inizia le sessioni di pratica: Ascolta dietro di te“. Anderson sembra suggerire insomma che Lou fosse predestinato al Tai Chi, verso il quale dimostrava una sorta di vocazione implicita già a inizio carriera. Chiosa a tal proposito il grande produttore Hal Willner: “Si capiva che il Tai Chi faceva parte del suo sviluppo. Ascolta la differenza tra Sister Ray e Like a Possum. Hanno una personalità simile, ma una è meditativa e l’altra è arrabbiata. Like a Possum non è arrabbiata. È piena di umorismo, è meditativa. II Tai Chi accompagnava la musica di Lou in modo ipnotico senza vederla”.
Devo essere sincero: non ne sono del tutto convinto. Mi pare una lettura, come dire, fin troppo “a posteriori”. Ciò che davvero ritengo prezioso – e che ho amato – di questo libro sono le schegge aneddotiche che in più modi arricchiscono – complicandolo e confondendolo – il ritratto di Lou. Il contrasto e la convergenza tra fragilità e forza. Quel bisogno di abbandonarsi a una disciplina fisica e spirituale per circoscrivere ciò che sfuggiva al suo controllo, ovvero il corpo che pagava il prezzo di una condotta scellerata e l’angolazione rabbiosa nei confronti di più o meno tutto. C’era un disallineamento profondo e feroce in Lou, che la musica poteva esprimere ma non (più) ricomporre: ed è qui che entra in gioco il Tai Chi. Che inevitabilmente presto sarebbe divenuto parte del processo creativo, orientando lo sguardo, espandendo gli ambiti e gli obiettivi. Ancora Laurie Anderson: “Voleva trovare la magia. Il Tai Chi e la musica erano il suo modo di cercare la magia”.
Ok. Ma, per quanto mi riguarda, la magia sta più nei dettagli che non nel quadro d’insieme. Affiora tra le righe, da episodi marginali riportati come se fossero di contorno, un di più che però si rivela la pennellata decisiva. Come la storiella terribile riferita da Bob Currie: si trovava con Lou al tavolo di un ristorante quando quest’ultimo venne informato telefonicamente che la terapia con interferone contro il tumore al fegato non aveva funzionato. Non una condanna a morte, ma quasi. Lou non fece una piega. Riattaccò e, rivolgendosi a Currie, disse semplicemente: “Cosa prendi per colazione?”. Oppure c’è l’aneddoto ben più leggero raccontato dall’endocrinologo Robin Goland: Lou lo chiamò avvisandolo che, diabete o meno, avrebbe mangiato un gelato. Il dottore gli rispose che andava bene, un po’ di gelato non gli avrebbe fatto male, poteva considerarlo “una coccola da concedersi una volta al mese”. Ma l’ex-Velvet richiamò poco dopo avvisando Goland che ne aveva prese tre porzioni. Ai rimproveri del medico, Lou ribatté: “Be’, è colpa tua. Avresti dovuto immaginarlo. Chi mangia solo una porzione di gelato?”.
Solo due esempi tra i molti che fanno collassare il rocker – con tutto l’alone leggendario che lo circonda – nell’individuo, una specie di inveramento che tra le altre cose fornisce elementi utili a decifrare alcune scelte musicali tarde, tipo il suddetto Hudson River Wind Meditations (l’ho ascoltato molto durante la lettura) e soprattutto il controverso Lulu con i Metallica: non che sia riuscito a fare pace con quest’ultimo, che continuo a considerare una collaborazione artisticamente aberrante, ma se non altro posso oggi inserirlo in una cornice, collocarlo in una vicenda strutturata. Mi sono più chiari insomma i motivi che ne giustificano l’esistenza.
Così come ho l’impressione di essermi avvicinato al Lou essere umano e musicista, e anche in qualche modo al senso delle sue canzoni. Che stanno lì, come dispositivi sempre sul punto di allinearsi alle nostre vite, piene di grazia disallineata.
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