Recensioni

7.2

A due anni dal suo ultimo album, quel Sea Island che completava idealmente una trilogia (assieme a First Narrows, Sketches From New Brighton) legata a precise zone geografiche della natia Vancouver, e ad uno dalla pubblicazione fundraiser su Bandcamp di For Greta – lavoro della durata di un EP volto a raccogliere fondi per la figlia di due amici del musicista affetta da Sarcoma Ewing – Scott Morgan torna a regalarci un’altra delle sue preziose osservazioni ambientali con un intelligente spostamento del punto d’osservazione.

Focus della nuova prova – già dal titolo e dalla scelta di chiamare un brano Antropocene – è un bilancio sullo stato delle cose sul pianeta Terra che potrebbe benissimo fare da colonna sonora ad una versione muta del documentario di DiCaprio Before The Flood; il tastare il polso ad un mondo che per mano dell’uomo è irrimediabilmente diverso da come sarebbe stato senza il climate change. Non solo, Morgan torna anche dalle parti della biologia che caratterizzava le sue prime prove con particolare ed esplicito riferimento alla malattia vissuta di riflesso per vicissitudini familiari, e il tutto poi si ricollega ad un’epifania vissuta dopo aver riascoltato una vecchia VHS rovinata del film Koyaanisqatsi, in particolare le sequenze in cui la colonna sonora di Philip Glass veniva irrimediabilmente alterata con risultati, a sua detta, sublimi.

Inutile ricordare quanto Glass e il minimalismo, come la relazione tra umani, natura e tecnologia al centro della trilogia Qatsi, abbiamo influenzato le musiche di Loscil: Monument Builders è nuovo valido capitolo di un percorso classico ai confini tra ambient, minimal, chamber music e post-techno fin dall’iniziale Drained Lake (“lago prosciugato”), che ricorda le musiche aeree di Plume. Particolarità fondamentale: le intersezioni tra arpeggiatori / droni ed un’orchestra fiatistica giocata linearmente in cut up, strati e volumi che hanno il deliberato scopo di inscenare un misurato crescendo d’angoscia su una base di apparente e funzionale solidità. In questo senso si sviluppano le trame di Red Tide / Marea rossa (tra synth analogici Carpenter style e l’orchestra di fiati filamentosi che sfocia in un fragile riff di tromba anch’essa filtrata), della title track (che più che uno sguardo novecentesco dei “costruttori di monumenti” ne fornisce uno spaccato d’inesorabile tragedia) o della citata Anthropocene, dove tornano gli apreggiatori ed una costruzione armonica decisamente affine a N-Plants di Biosphere. Differentemente, in Deceiver troviamo una delicata melodia che sembra voler circoscrivere il calore familiare attorno ad una situazione di malattia.

Chiude Weeds che, fin dal titolo, pare indicare le erbacce che crescono tra le macerie. E’ qui che il riferimento a Glass si fa più esplicito seppur compresso in voci fito-organiche. Attorno a questi sample, Morgan gonfia lentamente un drone puntillistico come lo disegnerebbe Lorenzo Senni e lo fa crescere con la stessa compostezza e rigore con la quale ha arrangiato l’intero lavoro. Alla fine è come se si arrivasse sul bordo di una cascata, poi un nulla vertiginoso e liberatorio.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette