Recensioni

6.3

Quattro dischi in undici anni. In un music business sempre più frenetico e schizofrenico, il cui imperativo sembra essere ormai quello di far sfornare singoli a sorpresa e annunciarli un minuto prima della loro reperibilità sulle piattaforme, tra un “fuori ora” e un “disponibile ovunque”, il trio pop più nerdy di Nottingham che pubblicò il primo album If You Wait nel 2013 ha centellinato uscite e collaborazioni mantenendo una propria integrità e senza fare un uso spasmodico dei social, che a detta della vocalist Hannah Reid non rientrano esattamente tra le sue specialità.

La fama giunta presto, grazie in primo luogo a quella Wasting My Young Years che in Francia è diventata un vero e proprio classico moderno del pop (e che in parte ha influenzato il sound del brillante Chaleur Humaine di Christine and the Queens), è oggi quasi motivo di scherno quando la cantante ne parla durante le interviste. Per quanto forte di una data live allo Zenith di Parigi, la prima della nuova tournée, che ha già registrato il tutto esaurito, Hannah spiega che “quella canzone sembra essere diventata la pietra di paragone di tutto ciò che facciamo, ma non ho alcuna intenzione di riscriverne una uguale” – per quanto in questo nuovo lavoro, The Greatest Love, ci sia andata pericolosamente vicina con Into Gold, che non a caso rientra in un gruppo di canzoni (di cui fa parte anche You and I, un altro degli episodi più catchy del lotto) i cui provini risalgono a sei/sette anni fa.

Difficile stabilire cosa si intenda precisamente per “il più grande amore”. Di certo viene da pensare sia quello per noi stessi, in un faticoso ma necessario lavoro di autoanalisi trasposto in canzoni se possibile ancora più introspettive delle precedenti, con testi che riescono ad affrontare con sarcasmo il tema della misoginia (Kind of Man) e con i guanti da pugile quello delle amicizie tossiche (Fakest Bitch), a viso aperto e senza sconti (“non rivolgerti a me con le lacrime più secche che hai finto per anni”, “e tu sei al bar con il mio ragazzo alle mie spalle / dirai che vi legano gli attacchi di panico / so che ti dà una scossa se reagisco, quindi non reagirò mai”). Ma c’è anche l’amore per il primogenito Joshua, destinato a modificare le prospettive di Hannah che oggi, contrariamente ai timori che aveva all’inizio, si sente piena di energie. E non per ultimo c’è l’amore per la musica, divenuta una vocazione e un mestiere a tempo pieno pur con le opportune pause e non pochi problemi incontrati lungo il cammino, nonostante due dischi al primo posto nel Regno Unito – la paura di danneggiare la propria voce durante il primo estenuante tour, la fibromialgia che affligge Reid e il suo terrore del palcoscenico che oggi, tuttavia, sembra essere un problema meno insormontabile rispetto ai primi tempi.

Dieci canzoni, alcune nuove di zecca e altre rielaborate da provini che risalgono a prima della pandemia, confermano il buon gusto dei London Grammar nel vestire i testi di Reid con scenografie ora electro-pop, ora folk-troniche (come nell’opener House, con una base drum ‘n’ bass che riporta agli Everything But the Girl di Walking Wounded e a certe cose di David Gray), ora più organiche e maestose (come nella complessa e riuscita title-track) ma al tempo stesso li relega in una zona di comfort dalla quale stentano a voler uscire per davvero. Non sempre risulta felice il flow del lavoro, con brani lenti troppo vicini l’uno all’altro e con ritornelli col freno a mano tirato (LA ricorda troppo da vicino la Dido di Don’t Leave Home, in Rescue i tre semplicemente sembrano non avere niente di interessante da dire, con un na-na-na che tende all’infinito come neanche i Coldplay più svogliati), eppure non è sempre tutto in bianco e nero. Santa Fe è uno dei pezzi più orecchiabili non solo del disco, ma di tutta la produzione dei tre; non ci si aspetti una nuova Isla Bonita o un tuffo senza salvagente nella piscina del reggaeton, ma questa contaminazione ispanica non stona affatto e rivela un lato più giocoso e squisitamente pop dell’insegna. Accanto ai London Grammar, in fase di produzione, c’è il sapiente ausilio di Tim Bran (metà del duo MyRiot), che già ha usato più volte la polvere magica in If You Wait nonché con Halsey, Imelda May, Birdy, Primal Scream, Rae Morris e Richard Ashcroft, e del musicista electro inglese George FitzGerald. La voce di Hannah Reid è ancora una volta potente ma sobria e misurata e sa essere emozionante quando vuole – specie quando indugia in quelle cavalcate melodiche su più ottave che la distinguono dalle colleghe – ma l’impressione è che talvolta l’attenzione sia troppo su di lei e che il resto sia semplice tappezzeria, gradevole, non intrusiva ma che appunto vive di luce riflessa.

Le classifiche daranno ragione a loro, ça va sans dire. Destinato probabilmente ad essere un album intimo di transizione, come fu High As Hope per Florence and the Machine, The Greatest Love – pur non di certo privo di buoni spunti e pezzi da antologia – stavolta si accontenta di essere un disco “alla London Grammar” osando dunque poco, crogiolandosi un po’ troppo insistentemente su schemi e su una formula collaudata per la paura di cadere.

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