Recensioni

Più che un semplice documentario sui Gaznevada, Going Underground di Lisa Bosi sembra piuttosto un sogno al rallentatore. Un racconto in prima persona in cui il montaggio e una certa propensione estetizzante mixata a documenti d’epoca, dettano i tempi. Volti eloquenti costantemente in primo piano e voci fuori campo (quelli/e invecchiati/e dei musicisti), spezzoni di filmati rubati al passato della band e rare interviste sono la spina dorsale di un prodotto cinematografico dal fortissimo impatto visivo, per certi versi poco ordinario nei toni, e presumibilmente pensato anche per platee internazionali.
“Cosa significa essere un Gaznevada?”: il documentario di Bosi sembra rispondere proprio a questa domanda nell’ora e venti minuti di programma, tale è il trasporto emotivo e l’identificazione che il film riesce a generare nello spettatore attraverso le testimonianze dirette dei membri della band. Sono loro che con i corpi di oggi, le espressioni e le parole pronunciate danno spessore alle vicende narrate, in un caotico girotondo di passioni creative e dipendenze giovanili, ripartenze artistiche, conflittualità caratteriali e amicizia. Pur evitando di dilungarsi troppo sui dettagli – si parla solo delle fasi principali della storia della formazione bolognese, senza approfondimenti biografici di alcun genere sui singoli musicisti – la ricostruzione storica portata a termine da Going Underground riesce nell’intento di evitare l’esaltazione di un passato nostalgico, costruendo invece un ponte verso un ipotetico futuro ancora da scrivere, richiamato anche dagli abiti indossati dai Gaznevada del presente, dagli ambienti quasi post-industriali in cui li vediamo calati e dalle led bar colorate posizionate ad arte. Lo stesso futuro, verrebbe da dire, che per tutta la carriera la band bolognese ha dimostrato di voler inseguire abbracciando svolte stilistiche (e tecnologiche) inaspettate e che ne hanno caratterizzato di volta in volta la produzione musicale, mantenendola sempre ancorata a una certa contemporaneità.
Tanto che a fine documentario viene da chiedersi quali siano i veri Gaznevada: quelli punk-rock nati negli anni Settanta in un appartamento occupato in via Clavature 20 a Bologna e capaci di inventarsi un inno generazionale come Mamma dammi la benza o i no-wavers di dischi come Sick Soundtrack? Gli avventurieri della disco-house moroderiana del successo internazionale I.C. Love Affair – distribuito in ben 32 paesi – o i paladini del pop elettronico laccato di Living in The Jungle? Probabilmente tutto questo e molto altro ancora, come dimostra anche la felice esperienza del chitarrista della band, Ciro Pagano, nei Datura.
Come dei David Bowie cresciuti sotto le Due Torri i Nostri hanno continuato a modificare il loro DNA musicale seguendo un binario che a posteriori ha tutto l’aspetto sia di una maturazione artistica che di una ricerca spasmodica della popolarità. Nel sottolineare questo, il documentario di Lisa Bosi non dà giudizi di merito e lascia molte porte aperte, riuscendo nel contempo a regalare alla storia dei Gaznevada un alone di mitologia piuttosto sorprendente per chi li conosceva soprattutto per i dischi della Harpo’s Bazar o di Italian Records.
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