Chiedi ai Gaznevada se non sai come si fa. Intervista alla leggendaria band bolognese
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Massimo Onza
- 10 Marzo 2021
I Gaznevada sono stati una delle storie importanti degli anni ’80, una band che ha saputo personalizzare stilemi musicali anglosassoni riuscendo a darne un’interpretazione di grande impatto, fondamentale per il rock italiano tutto. Ogni volta che si fa il loro nome, la prima cosa che viene in mente è Mamma Dammi La Benza, vero e proprio anthem generazionale che ha saputo unire in modo distintivo punk rock à la Ramones e immagini sardoniche e provocatorie, portatore dell’inedito fermento artistico-culturale della Bologna del periodo: quella del Movimento del ’77, di riviste all’avanguardia come Frigidaire e Cannibale, di Skiantos e Confusional Quartet, di artisti enormi come Andrea Pazienza e di Filippo Scozzari, o ancora della casa occupata Traumfabrik e del Convegno sulla Repressione, e non meno dei lacrimogeni delle proteste di piazza.
Un periodo complesso e particolare nel quale emergono nuove voci capaci di dare una rinfrescata al contesto artistico nostrano, in cui la band formata da Giorgio Lavagna (Andy Droid / Andrew Nevada), Ciro Pagano (Robert Squibb), Sandro Raffini (Sandy Banana / Billy Blade), Marco Dondini (Bat Matic), Gianpietro Huber (Johnny Tramonta / Hal Capra) e GianLuca Galliani (Nico Gamma) – divenuta poi quintetto con la fuoriuscita di quest’ultimi due e l’ingresso di Marco Bongiovanni (Chainsaw Sally / Marco Nevada) – si inserisce come una delle più originali di esse.
Nati sul finire degli anni ’70 come Centro D’Urlo Metropolitano, per poi cambiare quasi subito ragione sociale ispirati dai un racconto di Raymond Chandler, i Gaznevada hanno reinterpretato il punk e la new wave con un punto di vista che li lega in prima battuta alla scena rock demenziale dell’epoca. Una demenzialità, però, che invece di apparire intrattenimento, viene sputata fuori come un conato divertito e provocatorio contro il politically correct dell’epoca, e che comunque si trasformerà presto in qualcosa di ben più articolato. Cosa molto evidente a partire dalla prima mitica “cassettina” (come amano chiamarla gli autori stessi) che la formazione produce nel ’79 grazie al supporto di Oderso Rubini dell’Harpo’s Bazaar (poi Italian Records); quella contenente, oltre al sopracitato inno, brani come Roipnol, Jhonny (Fallo per me) e Criminale, che mettevano limpidamente su nastro la capacità di mescolare, tra le altre cose, Devo, Stooges, Ramones e ironia sarcastica in un distillato nuovo, irriverente e spudorato, ma soprattutto vivo e potente, che raccontava senza pudori la vita di quei giorni.
Un primo vagito musicale che illumina poi un’altra caratteristica distintiva della band, ovvero quella voglia irresistibile di sperimentare continuamente con suoni e linguaggi, e in questo caso è emblematico il brano di chiusura del nastro, ovvero l’impeto post-apocalittico trascinato da un nevrotico riff di sax sincopato della fulminante Nevadagaz, brano che racchiude in sé tutti i germi dei futuri sviluppi che esploderanno nel loro primo vero album in studio: l’emblematico Sick Soundtrack. Un titolo quanto mai folgorante, che lancia un vero e proprio assalto sonoro con un corrosivo mix di no e new wave marcia e sperimentazioni futuristiche veicolate da tastierine acide, synth e drum-machine. Il tutto cacciato fuori con una perspicacia e curiosità sperimentativa capace ancora oggi di fare scuola. Insomma, se a Soho avevano Brian Eno a produrre la seminale compilation No New York, beh, noi ci si può ben vantare di avere avuto i Gaznevada.
In occasione delle recenti ristampe in vinile di entrambe le uscite, abbiamo fatto una chiacchierata via email con Giorgio Lavagna AKA Andy Droid/Andrew Nevada (voce e synth), Ciro Pagano AKA Robert Squibb (chitarra) e Sandro Raffini AKA Sandy Banana/Billy Blade (voce, sassofono, organo elettrico), per provare a carpire gli argomenti che hanno ispirato i due album. Ne vien fuori un racconto verace e appassionato, ironico e intelligente, che ripercorre il percorso della band, nel quale si è parlato ovviamente della Bologna di cui dicevamo all’inizio, ma anche di vita vissuta, di noir, di fumetti e di letture in generale, del mito della Londra punk, di politically correct, di Pordenone, delle avanguardie musicali americane e, ovviamente delle loro canzoni, ma anche delle loro band preferite: un’efficace cartina di tornasole per far emergere l’ispirazione che i Gaznevada hanno infilato nei loro pezzi. Un’esperienza che risulta ancora molto affascinante e, per chi non la conosce, assolutamente da scoprire, anche perché può insegnare ancora molto. Io ho imparato, ad esempio, a stare più attento ai refusi… Giorgio, infatti, mi ha piccato ogni tanto su questo punto, ma alla fine, come potrete leggere di seguito, tutto è andato bene e abbiamo risolto la questione da veri punk…

È impossibile parlare dei Gaznevada senza partire dal fermento artistico e politico della Bologna di fine anni ’70, quella del Convegno sulla Repressione, di Frigidaire, Bifo ecc. Che aria si respirava in quel momento?
Giorgio Lavagna (aka Andrew Droid/Andy Nevada): Perché è impossibile? Ah, certo, per via di Pazienza, Scozzari, Radio Alice. Erano tutti amici nostri. Ricordo che avevo fatto persino qualche trasmissione a Radio Alice, come sigla mandavo Babylon dei New York Dolls. Avevo conosciuto i NYD grazie a un articolo su una rivista musicale di sinistra in stile peace&love&riprendiamocilamusica che si chiamava Muzak. Il titolo dell’articolo di tono scandalistico-indignato era: Ecco il Nazi Rock e, come esempio di “Nazi Rock”, erano citati i Blue Oyster Cult (!) e, appunto, The New York Dolls (!!). «Wow, nazi rock!», pensai, «che figata!», e mi misi alla spasmodica ricerca di un disco dei NYD. Trovai il secondo, per quello usavo come sigla Babylon, che era il primo pezzo della prima facciata del secondo disco dei New York Dolls, la “band di nazi rock”. Credo anche di essere stato il primo in Italia a trasmettere per radio i Ramones, provocando l’indignazione dei frikkettoni che rappresentavano la maggioranza degli ascoltatori di Radio Alice, tutta gente intossicata di cantautori e west coast. Era quello il “fermento artistico e politico”: ignoranza musicale e pregiudizi marxisti-leninisti. Riguardo all’aria che si respirava, sapeva molto di gas lacrimogeno.
Ciro Pagano: Noi passavamo molto tempo nella Traumfabrik, la casa occupata in via Clavature, 20. Ovviamente non si sfuggiva al clima di tensione che furoreggiava in tutto il paese, Bologna compresa, a noi però interessava particolarmente la rivoluzione culturale, di costume, ma soprattutto musicale che era in atto nel mondo. Ci interessavamo a quanto arrivava di nuovo da New York, Londra, ascoltavamo e ne traducevamo la sintesi adatta a noi. Almeno io avevo queste necessità.
Sandro Raffini (aka Billy Blade): Premetto che non partecipai alla prima esibizione della band al Convegno sulla Repressione, che allora si chiamava Centro D’Urlo Metropolitano, per ragioni di salute. In quanto ai fermenti artistico culturali, in quel momento, dopo il trauma del 12 marzo 1977 (la drammatica manifestazione romana con violenti scontri tra polizia e manifestanti. Il giorno prima, nella manifestazione studentesca bolognese, fu ucciso dalla polizia il militante di Lotta Continua, Francesco Lorusso, ndSA), si respirava un’aria di stato di polizia, sbando, repressione. C’era stata una cesura netta con lo spontaneismo/situazionismo degli anni precedenti. I Gaznevada sarebbero nati egualmente, anzi sono stati un prodotto, tra le altre cose, della Bologna post-77. Si respiravano più gas lacrimogeni che “aria”, e questo fu uno dei fattori che ci portò a dedicare il nostro impegno totalmente alla produzione artistica.
La Bologna, ovviamente, anche degli Skiantos e dei Confusional Quartet. Come vivevate la scena dell’epoca?
Giorgio Lavagna: I Confusional all’epoca si chiamavano “Confusional Rock-Jazz Quartet”. Ricordo che dissi, a un incontro prima del Bologna Rock: «Qui bisogna decidersi, o è Bologna Rock, o è Bologna Jazz». Loro cambiarono nome.
Comunque Bologna la lascio tutta volentieri agli Skiantos. Negli anni io e Enrico Serotti dei Confusional siamo diventati molto amici e abbiamo collaborato in svariati progetti musicali, anche recentemente. Ricordo anche che Roberto (Freak Antoni) corteggiava mia sorella.
Ciro Pagano: Eravamo in buoni rapporti con tutti, anche se non c’era osmosi creativa tra i gruppi. La nostra partecipazione al rock italiano, per quanto mi riguarda, nasce e muore con l’evento cui partecipammo al Palasport di Bologna, nell’aprile del 1979. Io personalmente collaborai alle chitarre in un paio di dischi con Freak Antoni, vado a memoria, e tempo dopo il batterista dei Confusional Quartet entrò nell’organico dei Gaznevada. Ricordo anche che all’epoca per un certo periodo abbiamo condiviso la sala prove, uno scantinato di via San Vitale, nel centro della città, dove provavano anche i Windopen. Era abbastanza complicato portare gli strumenti e poi sgomberare per gli altri, ma non durò tanto.
Sandro Raffini: L’abbiamo vissuta da outsiders che volevano cercare e sperimentare musica in linea con le produzioni inglesi e americane dell’epoca, distanziandoci in primo luogo in maniera netta dalla musica dei cantautori, dal “Rock Italiano” e, a parte gli esordi, dal “Rock Demenziale”. Dal punto di vista delle relazioni sociali, ero/eravamo amici sia di Freak Antoni (R.I.P) che dei Confusional, Enrico Serotti in particolare, con il quale collaborai in diverse occasioni in seguito.
Un altro tassello fondamentale della vostra storia l’avete già citato, ovvero la casa occupata Traumfabrik: un ricettacolo di artisti spesso ricordato un po’ come la Factory di Andy Warhol. Quanto ha influito su di voi quell’ambiente e quello stile di vita?
Giorgio Lavagna: Parecchio. Fu un periodo relativamente breve ma intenso.
Ciro Pagano: Sicuramente è stato formativo per la band. E anche se non era adatto per suonare, c’era un giradischi sempre acceso. Anche se non si poteva provare con tutti gli strumenti, diverse delle nostre prime composizioni nacquero da lì chitarra acustica e voce o semplici intuizioni ascoltando i dischi che giravano non-stop sul piatto.
Sandro Raffini: La Traumfabrik influì in maniera determinante. Il nome stesso, Gaznevada venne fuori da un mix di idee, letture, suggestioni esattamente alla Traumfabrik, come del resto i nostri primi volantini, molti dei quali ideati da Ciro con il nostro contributo. I volantini stessi erano “nuovi” come impostazione grafica e provocatori, delle piccole opere d’arte underground a mio giudizio. Warhol era un po’ come un “santo” per noi.
Tra le tante personalità che animavano la Traumfabrik c’era anche Andrea Pazienza, di cui è famoso un suo bellissimo disegno che raffigurava i Gaznevada dal vivo, e, tra le altre cose, proprio Ciro Pagano ha ispirato l’immortale figura di Zanardi. Com’era il vostro legame?
Giorgio Lavagna: Eravamo amici stretti.
Ciro Pagano: Con Andrea eravamo molto amici. Io all’inizio fui un po’ contrariato per la mia trasposizione nel fumetto. Oggi ricordo tutto con grande affetto e trovo simpatico aver dato il volto a Zanardi.
Sandro Raffini: Amichevole e di grandissima stima nei suoi confronti, amichevole e venato di curiosità verso di noi da parte sua. Il personaggio che avete citato, Zanardi, ispirato a Ciro, ne è la dimostrazione. Mi recai qualche volta a casa sua a disegnare, rimanendo sbalordito dal suo talento. Praticamente non faceva matite. Disegni stilisticamente straordinari sgorgavano come per magia dai suoi pennarelli. Esiste, a meno che non sia andata persa, in mano ai suoi eredi presumo, una tavola formato A3, inedita, disegnata assieme a me un pomeriggio. Fu un onore.
Tra l’altro i Gaznevada erano grandi consumatori di fumetti, se non sbaglio…
Giorgio Lavagna: È vero. In particolare Billy ed io eravamo appassionati di comics americani. Supereroi, intendo. E anche di roba underground: Robert Crumb, Clay Wilson ecc. Più tardi, negli anni 1990, sempre Billy e io realizzammo anche una serie a fumetti di pirati, Sharky, che era, fra le altre cose, un omaggio a Clay Wilson. Io scrivevo i testi e Billy disegnava…
Ciro Pagano: Non era un caso che la Traumfabrik fosse frequentata da fumettisti e che da lì “siano nate” anche le riviste Cannibale e Frigidaire.
Sandro Raffini: Sì, in particolare io e Andy Nevada (Giorgio Lavagna) ne eravamo lettori entusiasti, e i nostri lavori grafici ne sono stati sempre influenzati. Avemmo la fortuna di avere come mentore il grande Filippo Scozzari (il disegnatore abitò per vario tempo alla Traumfabrik), che aveva una straordinaria collezione di fumetti underground americani, cose mai viste di Robert Cramb, Clay Wilson e altri. Giorgio tutt’ora lavora nel settore.
Al di là di tutto ciò, era anche un periodo storico piuttosto drammatico…
Giorgio Lavagna: Proprio così…
Ciro Pagano: Decisamente non furono anni sereni, manifestazioni, rivolte sociali e purtroppo morti.
Sandro Raffini: Sì, profondamente drammatico per svariate ragioni che non sto qui ad esaminare. Sono già usciti fin troppi libri e articoli su quel momento storico.

In questo contesto nascono i Centro D’Urlo Metropolitano e il brano Mamma Dammi La Benza, che vi inserisce tra i fondatori del rock demenziale. In realtà ho sempre visto il genere, almeno per quanto riguarda il suo primo periodo, come uno sguardo sardonico più vicino alla sana provocazione punk (e mi sembra di poterlo dire anche degli Skiantos) che all’intrattenimento fine a sé stesso. È così?
Giorgio Lavagna: Non saprei. Il CDUM era ancora un tantino contaminato dall’ideologia marxista-leninista. La cosa ci preoccupava, per quello decidemmo molto presto di cambiare il nome. Cioè, voglio spiegarmi meglio, una volta per tutte: non è che noi fossimo (o attualmente siamo) di destra o quant’altro, è che all’epoca vedevamo già materializzarsi quello che oggi viene chiamato “politically correct”. Io, non so gli altri, qui parlo per me, avevo intuito a pelle i rischi che comportava quella strisciante dittatura sul linguaggio e intendevo prenderne le distanze. In ogni caso Mamma Dammi La Benza la registrammo anche come Gaznevada.
Ciro Pagano: CDUM era un nome troppo legato al periodo storico e sociale e comunque non così forte, era lunghissimo e durò il tempo di un concerto nel settembre del 1977 per mutarsi in Gaznevada due mesi dopo nel novembre dello stesso anno. Mamma Dammi La Benza aveva un titolo fortissimo e sicuramente il doppio senso benzina/benzedrina, che era azzeccatissimo per il periodo, (penso al punk, ma anche alla scintilla del rock demenziale così ben interpretata successivamente dagli Skiantos di Freak Antoni), lo rese un brano iconico del periodo. Non a caso anni dopo venne ripreso come titolo di documentari che narravano di quegli anni.
Sandro Raffini: Assolutamente. La differenza però fu che, mentre gli Skiantos avevano già optato per una scelta precisa che mantennero con coerenza, cantando in italiano appunto “Rock Demenziale”, noi, dopo una manciata di brani, cambiammo drasticamente direzione orientandoci verso il punk vero e proprio, e in seguito verso la new wave, le straordinarie novità musicali provenienti da UK e USA.
La band nasce ovviamente anche da una lunga storia d’amicizia, immagino che sia una di quelle situazioni che fanno vivere i rapporti umani in modo decisamente molto intenso…
Giorgio Lavagna: Esattamente
Ciro Pagano: Essere amici era un vantaggio, ma acuiva anche le tensioni.
Sandro Raffini: Ti sei praticamente risposto da solo… c’erano momenti di grandissima coesione e altri in cui si discuteva animatamente fino al litigio, ma alla fine tutto si ricomponeva. Nel complesso eravamo una band molto unita, nonostante avessimo personalità differenti e idee talvolta divergenti. Uniti nella differenza o “differentemente uniti” se preferisci. Non c’erano UN compositore e UN autore che scrivevano i brani. Tutta la musica dei Gaznevada fino a Sick Soundtrack e Dressed to Kill compresi fu un mix di intuizioni provenienti da me, da Ciro e da Andy Nevada con i contributi di Marco Bongiovanni (Chainsaw Sally/Marco Nevada) e di Marco Dondini (Bat Matic) che fornivano la base ritmica. Un “difetto” che era in realtà la nostra forza.
Come avete scoperto il punk e che effetto vi ha fatto ascoltarlo per la prima volta?
Giorgio Lavagna: Beh, io frequentavo il Disco d’Oro, un negozio di dischi in cui lavorava un ragazzo molto attento a quel che succedeva negli USA e UK. Un giorno, era il 1976, vidi in vetrina la copertina di Ramones. Dopo l’ascolto di Blitkrieg Bop la mia vita cambiò radicalmente.
Ciro Pagano: Quando ascoltai per la prima volta i Ramones, capì che quella era strada da percorrere e da lì a poco organizzammo l’evento “Gaznevada sing Ramones” un concerto di sole cover dalla band americana.
Sandro Raffini: Lo scoprii, sempre in Via Clavature, alla Traumfabrik, ascoltando sul vecchio mitico giradischi prima il punk americano rispetto a quello quello inglese, parlo di Richard Hell and the Voidoids, i Dead Boys, i Ramones che mi piacevano ma di cui non sono mai stato realmente un fan sfegatato come gli altri membri del gruppo. Questo perché, contemporaneamente stavo ascoltando incessantemente Iggy Pop and the Stooges di cui facemmo una cover, No Fun, nelle nostre prime esibizioni live, assieme a brani dei Ramones. Ascoltare Raw Power fu come ricevere un cazzotto nello stomaco e goderne. Come essere presi a mazzate da un maglio di suono e avere un orgasmo. Mi affascinava di più quello che si potrebbe chiamare proto-punk di matrice americana, NYD, The Stooges, MC5 e altri gruppi poco conosciuti. Mi faceva impazzire Sonic Reducer dei Dead Boys, che ascoltai fino a consumarlo. L’effetto fu, come puoi immaginare, sconvolgente.
Quando si parla di punk si sa che una meta dell’epoca era Londra. Proprio dopo un viaggio nella capitale inglese vi ha portato ad alcuni cambiamenti fondamentali, tra cui quello di ragione sociale. Come ha influito tutto questo sulla band?
Giorgio Lavagna: Visitai Londra per la prima volta nel 1973, ero ancora minorenne. Era appena uscito Aladdin Sane e c’erano i parrucchieri che ti facevano il taglio che aveva David Bowie nella cover del disco. Mi sono sempre pentito di non essermelo fatto fare. Poi ci tornai nella famosa estate del 1976 (conoscevo già i Ramones e la parola punk) e mi aspettavo che a Londra tutti fossero punk, che tutti quanti andassero in giro con spille infilzate nelle labbra e blue jeans devastati… Invece scoprii che i punk erano un gruppetto sparutissimo che si ritrovava attorno al 100’s. L’unica band punk che vidi dal vivo, quella volta, furono i Generation X. In seguito andai a Londra una o due volte all’anno fino al 1984, mi pare. Nel dicembre del 1979 ebbi la fortuna di vedere al Marquee i Suicide, che mi colpirono immensamente e che – come presenza scenica – hanno influenzato moltissimo gli show dal vivo dei primi Gaznevada.
Ciro Pagano: Il nome Gaznevada venne cambiato al rientro di un viaggio da Londra di alcuni componenti della band, tra cui Giorgio e Marco (Bat Matic). Francamente io ho sempre preferito il suono americano dei Ramones a quello dei Sex Pistols. Quando arrivò la new wave il mio interesse per il suono anglosassone si riaccese.
Sandro Raffini: In maniera fondamentale. Nel 1978, quando Andy e Sandra Zabbini, la sua compagna all’epoca, Gianluca Galliani (Nico Gamma) e Marco Dondini (Bat Matic) tornarono da Londra, erano come trasfigurati. Avevano come un’aura che gli era rimasta “appiccicata” dalla frequentazione dei club londinesi e da quella irripetibile atmosfera. Quel viaggio, che io compii l’anno successivo, nel 1979, in una Londra che già stava mutando pelle, fu la scintilla, lo “spark” che fece esplodere il desiderio e la volontà inarrestabile di formare una band che fosse in linea con quelle americane o inglesi, una band che voleva lasciare un segno indelebile nel nostro immaginario, in controtendenza con il resto della musica italiana.
Gli annali riportano che il nome Gaznevada è ispirato a un racconto di Raymond Chandler, uno degli autori più importanti e violenti del noir storico americano. Che impatto ha avuto su di voi questo tipo di letteratura e quali erano le letture che trovavate più interessanti e ispiratrici?
Giorgio Lavagna: Il racconto è Nevada Gas, all’epoca tradotto Gas di Nevada. Eravamo giovani, quel particolare tipo di giovani dediti alle letture. Alle cattive letture. Quando leggi Le 120 Giornate di Sodoma a 14 anni, Il Pasto Nudo a 15 e i racconti di H.P. Lovecraft a 13 (avevo scambiato Il richiamo di Cthulhu per un reportage giornalistico!), significa che per te tutto è perduto, non sarai mai una brava persona. In definitiva, tutto quel che era controverso e maledetto lo divoravamo. Soprattutto William Burroughs e tutta la fantascienza, ma facendo dei distinguo: Burroughs ma non Kerouac, per esempio. Che fosse classico o pulp, tutto quello che era violento e oltraggioso ci attirava come le mosche sono attratte dalla carta moschicida.
Ciro Pagano: Sì, eravamo appassionati del genere noir. Riguardo al racconto di Chandler, venne cambiata la s con z e invertite le due parole. Gaznevada ci suonava decisamente meglio di Nevada Gas. Con questo nome, intitolammo il nostro primo singolo Nevadagaz.
Sandro Raffini: Fu sempre il grande Filppo Scozzari (gli devo questo appellativo perché per me è stato un maestro e un amico, fece pubblicare due delle mie “opere” fumettistiche su uno dei primi numeri di Cannibale anche se erano molto naïve, gli piaceva il mio segno…) a introdurmi alla lettura di Raymond Chandler e Dashiell Hammett, il mondo del genere Hard Boiled. Ne rimasi stregato! E la nascita del nome Gaznevada è in parte dovuta al fatto che ero talmente infatuato per Chandler che lo proponevo continuamente agli altri, fino allo sfinimento, come lettura. Uno dei racconti che mi colpì di più si chiamava Nevada Gas, come veniva chiamato nel gergo dell’epoca il gas di cianuro usato per le esecuzioni capitali nello stato del Nevada. Nel racconto, molto ingegnoso, viene usato in una limousine con vetro ermetico divisorio per “gasare” a morte dei gangsters, adesso non ricordo bene. Una sera, riuniti tutti in Traumfabrik, mentre cercavamo un nome adeguato alla band, io avevo in mano il libro con il racconto, ma Nevada Gaz suonava male come nome. Gaz di Nevada? Nah, suonava ancora peggio… Dopo accese discussioni non ricordo bene chi, se Sandra Zabbini, Ciro, Giorgio o altri perché il ricordo è veramente nebuloso, propose di invertire le due parole e unirle in una sola e così nacque il nome “Gaznevada”.

Un peso importante nella vostra storia lo ha avuto Oderso Rubini, considerato un vero e proprio componente dei Gaznevada. Com’è stato lavorare con lui come produttore e cosa ha portato alla band?
Giorgio Lavagna: Mi piaceva Oderso perché somigliava (e gli somiglia ancor oggi) a Bun E. Carlos, il batterista dei Cheap Trick. Hai presente quel gruppo americano in cui due erano fighi e due erano sfigati? Ecco, per noi era uguale: noi eravamo fighi e Oderso…
Ciro Pagano: A mio parere la sua miglior qualità è che ci lasciò liberi di esprimerci senza troppo interferire sul lavoro compositivo e in studio.
Sandro Raffini: Oderso Rubini ci ha scoperto e ha creduto in noi quando nessuno avrebbe scommesso una lira sulla nostra formazione. Credo basti questo per definirne l’importanza.
Grazie a Rubini entrate in studio nel ’79 per registrare la prima storica “cassettina”. Che aneddoti avete sulle sessioni di registrazioni del vostro primo disco effettivo e cosa ricordate di quei giorni?
Giorgio Lavagna: Gli aneddoti non li racconto mai gratis. Me l’ha insegnato Filippo Scozzari (riferimento al libro di Scozzari Prima pagare poi ricordare. Da «Cannibale» a «Frigidaire». Storia di un manipolo di ragazzi geniali, ndSA).
Ciro Pagano: Lunghe sessioni di litigi furiosi per ottenere il prodotto finito.
Sandro Raffini: Si lavorava in modo molto informale, spesso registrando dei “quasi live” e c’era chiaramente molta eccitazione da parte nostra.
Il disco si apre con Everybody Enjoy With Reggae Music, un pezzo che mi è sempre sembrato una provocazione verso il genere stesso: cosa ha ispirato questa folle intro?
Giorgio Lavagna: Mi era parso che a Londra i punks ascoltassero anche il reggae. Credo sia stato per quello che infilzammo quel brano nel demo. Però la tua teoria della provocazione mi sta bene.
Ciro Pagano: Personalmente mi sembrava un genere facile da suonare.
Sandro Raffini: No, nessuna provocazione, semplicemente un brano che risentiva dell’ingenuità e dello spontaneismo dei primi tempi.
In alcuni brani della cassetta, come Criminale o Bestiola, oltre che in Mamma Dammi La Benza, si sente fortemente l’influsso dei Ramones, da voi molto amati, mentre altri mi fanno pensare che potrebbero essere stati ispirati dai Voidoids di Richard Hell o anche dagli X-Ray Spex che utilizzavano il sax. In generale quali musicisti ammiravate di più all’epoca?
Giorgio Lavagna: Ascoltavamo di tutto. Veramente di tutto. Io e Billy, per esempio, avevamo gusti e conoscenze molto diverse e anche lontane, all’inizio, ma trovavamo sempre un terreno comune quando si trattava di qualcosa di veramente forte, come Stooges, Suicide, Cramps. Riguardo al punk e alla new wave, ascoltavamo più roba americana che inglese. Conoscevo a memoria i testi dei Dead Boys e dei Plasmatics, ma il gruppo inglese che ascoltavamo di più erano gli Ultravox di John Foxx. Per quel che riguarda il sax (ma dovresti chiedere a Billy), da grande fan dei Roxy Music ho sempre trovato il sassofono essenziale.
Ciro Pagano: Io personalmente dopo i Ramones mi concentrai sugli Ultravox. Adoravo anche i Velvet Underground, per citarne alcuni, ma ascoltavamo davvero molti generi.
Sandro Raffini: In verità, pur non dispiacendomi gli X-Ray Spex, il sassofonista che avevo come riferimento era il mitico Andy Mc Kay dei Roxy Music. La band che mi piaceva di più in assoluto erano gli Stooges.
Anche la componente wave aveva un certo peso, penso a pezzi come Roipnol ma non solo, che fa venire in mente band come i Devo. La canzone tra l’altro è una storia di sostanze psicotrope dal finale “tragico”: qual era il vostro approccio all’argomento?
Giorgio Lavagna: Roipnol è la storia di una ragazza sotto l’effetto di anfetamine che non sta zitta un attimo. Esasperato, il protagonista della storia le consiglia di prendere una pasticca di un potente farmaco ipnoinduttore. Lei scocciava, lui esasperato le diceva di prendere un sonnifero. Un tantino maschilista, col senno di poi, ma piuttosto innocente. Sinceramente non ci vedo molto di affine ai Devo, che pur amammo molto, all’epoca.
Ciro Pagano: Di Roipnol trovo ancora geniale il testo che lancia lo strumentale: «…spegni l’autovox, non voglio più rock ‘n’ roll».
Sandro Raffini: Non mi pare vi sia un “finale tragico” in Roipnol, che era una benzodiazepina molto potente, un ipnotico/sonnifero largamente prescritto all’epoca. C’è un finale soporifero forse… non è una storia di overdose. A parte tutto, io non ho contribuito in alcun modo alla stesura di quel brano, che tra parentesi non amo particolarmente. Non avevamo un particolare “approccio” all’argomento “sostanze psicotrope”, di cui nei nostri testi praticamente non si parla.
Qual è invece la vera storia dietro il testo di Johnny (Fallo per Me)?
Sandro Raffini: Questo lo devi chiedere a Giorgio (Andy Nevada), che ha una ottima memoria e ha scritto il testo. Io ho sempre avuto al contrario una pessima memoria e con l’età sta peggiorando. Il mio apporto al brano fu un riff di sassofono.
Giorgio Lavagna: Ecco, invece quello con i Devo c’entra. Creammo il brano Ciro ed io, lui alla chitarra acustica con me che cantavo pendendo appunti per il testo. L’ispirazione veniva da un brano dei Devo, Gut Feelings, che comincia con uno struggente e solitario giro di chitarra e poi si “rinciccia” a mano a mano che procede. Non so perché mi sia venuto in mente quel testo, davvero. Nessuno di noi voleva suicidarsi e non conoscevo nessuno che intendesse farlo. Semplicemente non ero il tipo di cantante che scriveva canzoni come “Quella sua maglietta fina”. Senza togliere nulla a Baglioni, dico solo che eravamo diversi.
Ciro Pagano: Ancora oggi uno dei miei preferiti dell’intera cassettina: forse avrebbe meritato anche lui un re-edit come singolo all’epoca.
Giorgio, sai che invece, mentre in Roipnol ci ho sempre sentito i Devo, questa mi fa pensare soprattutto ai primi Voidoids, quelli di Blank Generation…
Giorgio Lavagna: Con gli anni la percezione delle influenze musicali cambia. Oggi quando riascolto i Dead Kennedys non posso fare a meno di pensare ai Jefferson Airplane! Inoltre si fa quel che si può. Ti assicuro che intendevamo copiare i DEVO, ma saltò fuori… Johnny.

La cassetta si chiude con Nevadagaz [refuso mio, beccato!], che in qualche modo anticipa il vostro successivo cambio di prospettiva. Un bellissimo brano con un tiro potente, un arrangiamento perspicace che fa leva su stacchi molto intelligenti e un testo post apocalittico tagliato con un metodo cut-up à la Burroughs. Come nasce?
Sandro Raffini: Il testo è sicuramente post-apocalittico, scritto da Andy Nevada con piccoli apporti miei e di altri, ma non direi che sia stato composto col metodo del “cut-up”, metodo che abbiamo usato invece in alcuni brani di Sick Soundtrack. Fu proprio per essere aderenti a quel, secondo me, bellissimo e profetico testo che decidemmo di inserire, su spinta di Oderso che ne possedeva uno, il potente suono elettronico/analogico di uno dei primi enormi synth Moog, il sax filtrato con flanger e una chitarra devastante, tutt’altro sound, profondamente differente dagli altri brani della cassettina. Quando riascoltammo il risultato mixato fu come ricevere una rivelazione: capimmo immediatamente che quella era la via da seguire.
Ciro Pagano: Probabilmente uno dei brani più compiuti dell’intera “cassettina”. Se non ricordo male anche questo fu composto quasi per intero in Clavature (la Traumfabrik) con chitarra acustica e voce, e successivamente decidemmo di far suonare il riff quasi all’unisono con basso chitarra e sax. Anche il testo, con i riferimenti apocalittici, lo trovo ancora oggi molto credibile, attuale. Non a caso comunque fu l’unico brano che decidemmo di proporre come singolo portandolo su 45 giri in una versione abbastanza fedele e con l’apporto di Marco Bongiovanni al basso, da poco entrato nell’organico della band.
Giorgio Lavagna: Allora, si scrive Gaznevada, UNA parola. Invece Nevada Gaz sono DUE parole. Serve a rendere la vita difficile ai giornalisti ;-). Il testo – è vero – è post-apocalittico. Noi tutti ci aspettavamo da un giorno all’altro una guerra termonucleare. Forse è in affetti avvenuta e oggi siamo morti e ci troviamo tutti quanti all’Inferno, potrebbe essere, no? Vabbe’, il testo, per una volta, non è ottenuto con metodi burroughsiani, si tratta della descrizione in chiave fantascientifica di una serie di suggestioni e immagini evocate dai notiziari TV. C’è la guerra del Vietnam, il suicidio di massa della Guinea, New York congelata, Berlino Est, le S.A. robotiche… roba così. Volevo un testo che fosse una specie di manifesto della band.
Sicuramente si è trattato di una mia impressione sbagliata sul metodo, e, ok Giorgio, scusami per il refuso, però ti ricordo che ho corretto tutti quelli che c’erano nelle vostre risposte… Tornando a noi, dopo il singolo Nevadagaz/Blue TV Set [oh no! Altro refuso] entrate in studio per Sick Soundtrack. L’impressione è che oltre a cambiare prospettiva musicale, abbiate preso la cosa con maggiore determinazione e anche più seriamente di prima. È così?
Giorgio Lavagna: Insisto: Nevada Gaz, DUE parole. Una impressione corretta, direi, non ho molto da aggiungere.
Ciro Pagano: Si eravamo pronti per fare un album e come tutte le band avremmo voluto diventare ricchi e famosi.
Sandro Raffini: Assolutamente sì.
Ve bene Giorgio, ehm… me lo segno: Gaznevada una parola e Nevada Gaz due. Comunque, venendo alla vigilia delle registrazioni di Sick Soundtrack, come è cambiata la vostra visione politica nel periodo in cui avete composto e registrato il nuovo disco?
Giorgio Lavagna: Il contesto era fortemente politicizzato, noi meno.
Ciro Pagano: Noi eravamo interessati alla rivoluzione che stava avvenendo musicalmente, ci interessavano le nuove sonorità. Non me la sento di negare il fatto che musica, cultura, sociale, tutto insomma fosse, come sempre, connesso (anche se all’epoca più lentamente vista l’assenza di internet) ma Sick Soundtrack non risente in alcun modo di quel clima fortemente politicizzato.
Sandro Raffini: Eravamo talmente coinvolti dal fervore compositivo che la politica italiana in quel momento non era nostro oggetto di interesse, se non a livello personale. C’è invece un, per quanto vago, riferimento alla situazione internazionale in Oil Tubes, ma nulla di più.
In città, nei primi anni ’80, c’erano diverse componenti della scena musicale molto politicizzate, come l’etichetta Attack Punk di Velena, e il periodo era bastanza infervorato dal connubio musica e politica; c’era stata anche la famosa contestazione del concerto dei Clash del 1980. Come vi rapportavate a tutto ciò?
Giorgio Lavagna: Eravamo amici. Parlo di H. Velena, che era presente fra il pubblico al nostro “Gaznevada sings Ramones”. Riguardo ai Clash, non ero un fan ed erano anni che avevo smesso di ascoltarli. Quando vennero a Bologna noi eravamo, credo, in Sardegna per alcuni concerti. Della contestazione so solo storie di seconda mano e non mi turbò per nulla.
Ciro Pagano: In alcun modo, se non amichevolmente con chi conoscevamo. H. Velena era fan dei primi Gaznevada tra l’altro. Dei Clash non so che dire, non mi sono mai appassionato a loro.
Sandro Raffini: Non posso esprimere giudizi perché nonostante conoscessi Helena Velena (che io avevo conosciuto come Jumpy Velena) e Laura de Lauris, la sua compagna al tempo, eravamo distanti da quella scena, a dire il vero distanti un po’ da tutte. L’Attack Punk mi pare sia nata qualche anno dopo, non conosco le loro produzioni quindi non posso dare giudizi sulla loro musica né dal punto di vista artistico né tantomeno da quello politico. Rispondendo più esaustivamente alla tua domanda, cosa posso dire? Al concerto dei Clash, che non mi sono mai piaciuti, non c’ero, non ricordo nemmeno per quale ragione, quindi non ho neppure ricordi delle contestazioni e delle motivazioni delle stesse.
Da dove siete partiti per scrivere il nuovo album e qual è stata la direttrice che avete seguito nella stesura dei brani?
Giorgio Lavagna: Sick Soundtrack è un disco molto sperimentale, quasi tutto scritto e composto lì, in studio. Era la prima volta che entravamo in un vero studio di registrazione e la voglia di “provare” ci prese la mano.
Ciro Pagano: Sick Soundtrack è frutto di quello che ascoltavamo e di quello che avremmo voluto fare in quel momento: è la sintesi di quello che eravamo. Per il resto, scrivemmo e registrammo quasi tutti i brani in quel periodo, anche il viaggio da e per lo studio di registrazione ci teneva ispirati…
Sandro Raffini: Con il singolo Nevada Gaz/Blue TV Set avevamo già virato verso la produzione di brani in cui cercavamo di sperimentare un nuovo sound: la chitarra più “cattiva”, i cantati minimali ma aggressivi, sassofoni acidi, un sound più nevrotico in poche parole. Provavamo molto assiduamente, in maniera regolare, e a poco a poco cominciammo a comporre una serie di brani che avevano un filo conduttore, anche se non c’era un vero e proprio progetto alla base. Altri brani vennero composti praticamente in studio, partendo da abbozzi di stesure fatti in sala prove. Sick Soundtrack non è un album concepito a tavolino ma il mood e il suono dei brani ha una sua coerenza, legata anche alla assoluta libertà creativa che avevamo. È l’atmosfera che lo pervade, oltre all’uso sistematico di certe sonorità che lo rende omogeneo.

In Sick Soundtrack è forte anche una certa influenza dei Talking Heads, come anche di Brian Eno, ma soprattutto quella della no-wave newyorchese. Cosa hanno significato per voi questi nomi e che mi dite di un disco come la compilation No New York?
Giorgio Lavagna: Here Comes the Warm Jets fu il primo disco che ascoltai nel 1973 dopo essermi per ben DUE anni allontanato da rock’n’roll. Roxy Music, Suicide, Stooges, Cramps e il primo Eno sono sempre stati fra le nostre influenze musicali. No New York e un paio di dischi dei Talking Heads furono prodotti da Eno ed è per quello che li ascoltavamo. L’innamoramento (passeggero) per i Talking Heads riguarda più Ciro e, forse, Billy; a me David Byrne aveva già stancato da un po’. No New York era qualcosa di diverso, un disco seminale, stranissimo e ingannevole, ti faceva credere che tutto fosse possibile.
Ciro Pagano: L’influenza di quegli anni di Brian Eno come produttore (dagli Utravox ai Devo ai Talking Heads, per citarne alcuni) e più in generale la sua musica hanno sicuramente contribuito ad ispirare Sick Soundtrack. Personalmente ascoltavo anche Robert Fripp e le chitarre nervose di David Byrne mi intrigavano non poco.
Sandro Raffini: No New York per me fu uno shock e una rivelazione. Non pensavo si potesse produrre musica così sperimentale, a tratti sgradevole ma intrigante. I miei preferiti della compilation erano i Contortions, il gruppo più dotato musicalmente e il modo di suonare il sax di James Chance… oltraggioso! Era il “pacchetto” ad essere sconvolgente. Non era punk, non era esattamente new wave, era un corrosivo sound dai tratti nichilisti che una nevrotica New York esprimeva.
Un punto di forza del disco è un innovativo suono elettro-punk con cui sperimentavate con drum machine, synth e tastierine di ogni tipo, una cosa sicuramente all’avanguardia per la scena nostrana. Come mai questa scelta?
Giorgio Lavagna: L’elettronica ci attirava moltissimo, ma essendo senza il becco di un quattrino non potevamo permetterci apparecchiature sofisticate. In Sick Soundtrack utilizzammo un Moog Sonic Six nemmeno dotato di porte MIDI. I suoni erano generati con sample and hold e ring modulator, poi “ritagliavamo” le sequenze nei punti in cui andavano miracolosamente “a tempo”. Le influenze? Ascoltavamo le nostre dosi di krautrock e Low di Bowie e Eno ci aveva fatto pensare, ma di più ancora The Idiot di Iggy Pop. Qui parlo per me, gli altri non so: ho sempre avuto un debole per gli Human League, il loro primo singolo, Being Boiled, è senza dubbio nella top five dei miei brani preferiti di sempre.
Ciro Pagano: Ho sempre visto di buon occhio la contaminazione con l’elettronica, che diventa parte creativa già di per se. All’epoca la cosa più difficile era andare a tempo con una drum-machine o con una sequenza generata da un synth, sentire l’errore umano è un attimo. Francamente però non trovo tracce di punk all’interno di Sick Soundtrack, neppure se associato alla parola elettro. Fatta eccezione per Now I Want To Kill, registrata volutamente dal vivo, l’album si muove decisamente più in direzione new wave / now wave, e il “connubio” con l’elettronica lo porta qui.
Sandro Raffini: Perché eravamo curiosi, avidi di novità, rivolti verso il futuro, chi più chi meno, ma l’attitudine era quella. In particolare Giorgio era sempre attentissimo alle innovazioni tecnologiche e aveva acquistato un Moog Sonix Six, io mi ero innamorato del suono del Farfisa, grande organo elettrico italiano anche perché mi piacevano i B-52s e volevo recuperare alcune sonorità anni ‘60 e stravolgerle. La drum-machine fu un’altra scoperta immediatamente adottata. Il suono ci sembrò estremamente interessante, così acquistammo una Kong, che aveva un suono un po’ più aggressivo della Roland, e quella batteria elettronica ha giocato un ruolo importantissimo in Sick Soundtrack. La usammo, rallentata con il nastro, per avere un suono più grosso in Japanese Girls, in Going Uderground, dove spicca, e in altri brani.
Il brano Pordenone Ufo Attack rimanda a un’altra scena cittadina fortemente caratterizzata e con cui creativamente mi sembra di poter dire che eravate affini, ovvero quella del Great Complotto. In che rapporti eravate con quel giro e cosa ne apprezzavate?
Giorgio Lavagna: ho sempre ammirato e invidiato quei ragazzi, sono sempre stati molto avanti. Pordenone Ufo Attack è un tributo a quella scena. Mi piacevano davvero quei gruppi, la musica, le copertine, la fanzine che producevano e, soprattutto, l’attitudine, il modo in cui affrontavano la musica. Li ho sempre sentiti come “fratelli nel rock’n’roll” e Pordenone era l’unica scena italiana che ho sempre apprezzato. Sì, ero un loro fan.
Ciro Pagano: Ero a conoscenza della scena musicale di Pordenone e ebbi modo di frequentare anni dopo, sul set del film Pirata! (film post-atomico di Paolo Ricagno del 1984, che vedeva recitare alcuni membri della scena musicale new wave italiana dell’epoca), Ado, uno dei fondatori del Great Complotto, col quale divenni amico. Pordenone UFO Attack fu un brano nato da un’improvvisazione in studio di registrazione, in cui Giorgio inserì il testo dedicato ai ragazzi del Great Complotto.
Sandro Raffini: Eravamo in buoni se non ottimi rapporti. Suonammo live a Pordenone più di una volta. Apprezzavamo la loro coesione, la “rete” di band, l’attitudine punk mescolata a forme di situazionismo, le capacità di comunicazione, di creare eventi. Il primo disco di punk italiano che comprai era un 45 giri con brani dei Tampax e dei Hitler SS.
Con Sick Soundtrack e il successivo EP si chiude una fase importante della carriera della band, dopo la quale avete scelto strade più commestibili rispetto alle vostre produzioni precedenti. Come mai questo cambio di rotta?
Giorgio Lavagna: Dopo Sick Soundtrack facemmo Dressed to Kill, un “mezzo LP” che approfondiva le sperimentazioni di Sick Soundtrack. Ho sempre pensato che sia stato un errore e che avremmo dovuto registrare altri brani per renderlo un vero LP. Invece così è diventato qualcosa di secondario, passato praticamente sotto silenzio. Dopo Dressed to Kill lasciai i Gaznevada.
Ciro Pagano: Credo sia naturale cambiare direzione e obbiettivi nella vita artistica in generale. Più che mai in una band come la nostra, dove l’urgenza è sempre stata la sperimentazione e la ricerca del “nuovo”. Con Dressed To Kill si chiuse un periodo musicale e se ne aprì un altro. Il cambiamento di assetto della band ebbe poi un grande impatto sulle scelte artistiche successive. Riguardo a Dressed To Kill, a ripensarci, non mi è mai piaciuta l’idea di fare un EP, ma quando entrammo in studio per realizzarlo avevamo poche composizioni… col tempo, dopo la sua uscita, realizzammo altro materiale, ad oggi inedito, che probabilmente avrebbe fatto di Dressed To Kill un album. Nessun rimpianto però.
Sandro Raffini: Dopo l’uscita di Andy Nevada ci trovammo in una situazione in cui era necessario reinventarsi con poco tempo a disposizione e redistribuire i ruoli. Mi ritrovai ad essere l’unico cantante e questo cambiò di molto le cose. Suonavo sempre di meno il sax e l’organo, mi dovevo concentrare su testi e cantati. Psicopatico Party, che si può considerare un album “di passaggio”, è in realtà il tentativo di sperimentare in varie direzioni, riprendendo in mano anche l’italiano. Fra i vari esperimenti uscì fuori I.C. Love Affair (ci piaceva anche Moroder), un brano che inizialmente sembrava un pezzo dei Suicide. Fu un discreto successo di vendite e un grossissimo successo a livello di ascolti, ed è considerato ancora oggi uno dei classici dell’Italo Disco, pur non essendolo realmente. Un buon brano, resistente al passare del tempo proprio per la sua “diversità” da altri brani dance dell’epoca. Vi furono, diciamo, “indicazioni” da parte della produzione affinché continuassimo sullo stesso percorso, perché sembrava l’unico che ci consentisse di raggiungere un pubblico più vasto. La libertà creativa che avevamo avuto con Sick Soundtrack si era scontrata con la realtà del mercato discografico.
Quale credete sia stato il periodo migliore della band e, ammesso che ce ne sia uno, perché?
Giorgio Lavagna: A questa domanda non posso rispondere, non conosco gli altri periodi.
Ciro Pagano: Decisamente il 1980, con l’uscita di Sick Soundtrack, visti anche i riconoscimenti successivi a quel lavoro. Musicalmente, però, con una formazione differente della band, anche il 1982 fu molto importante, perché con l’uscita I.C. Love Affair ci fu l’occasione di cambiare passo entrando in un universo più internazionale, occasione che però non riuscimmo ad afferrare. Anche se il brano resta ad oggi un “club classic” non si aprì un nuovo percorso: non eravamo pronti.
Sandro Raffini: A mio personale giudizio, il periodo migliore, parlando dal punto di vista creativo, fu senz’altro quello in cui partorimmo Nevada Gaz/Blue T.V. Set, Sick Soundtrack e Dressed To Kill. C’era ancora, seppur venata di divergenze come sempre, empatia tra di noi e amicizia. Non che dopo ci fossimo odiati l’un l’altro, per carità, ma in seguito all’abbandono di Andy si era perso un tassello molto importante del gruppo che non avremmo mai più rimpiazzato.
Gaznevada e Sick Soundtrack sono album considerati ancora oggi assolutamente seminali: qual è secondo voi il lascito maggiore di questi dischi?
Giorgio Lavagna: Questa, ad essere sinceri, è una domanda a cui non spetta a noi rispondere. Io – e qui credo di parlare anche a nome degli altri – avrei preferito che mi avessero lasciato un corposo conto in banca. Ma così non è stato e abbiamo dovuto accontentarci della gloria.
Ciro Pagano: Credo che una volta che un’opera (canzone, libro o qualsivoglia arte) viene data alle stampe, si carichi nel tempo di significati che gli vengono dati, e che non necessariamente sono gli stessi che l’artista voleva dargli. E questo è un bene. Detto questo, non ho idea di quale sia il lascito dei nostri due primi lavori, a noi resta la gloria di averli fatti, visto che ci si chiede di parlarne quarant’anni dopo. E questo è lusinghiero.
Sandro Raffini: Se per seminale intendi un disco che può aver suggerito ad altri musicisti che si poteva fare musica nuova, prendere direzioni diverse dal mainstream, usare set di strumenti elettronici e osare a fare brani sperimentali, ti posso dare ragione, ma nostri imitatori o epigoni non ne ho mai sentiti. Considero Sick Soundtrack un po’ come un cigno nero, un unicum nel panorama musicale italiano.

Siete stati una band di levatura internazionale, e che siate ancora nel cuore di moltissimi lo dimostra l’interesse procurato dalle ristampe. La riedizione della versione di Sick Soundtrack con 7’’ pollici è andata immediatamente esaurita e si trova a prezzi da quotazione. Come vi fa sentire?
Giorgio Lavagna: Male, a tutt’oggi non siamo miliardari come sarebbe successo se fossimo stati americani o britannici. Finché sono stato con loro, i Gaznevada non hanno MAI suonato all’estero e, anche dopo, mai negli USA e in UK, e nemmeno in Germania o in Francia.
Ciro Pagano: Abbiamo raggiunto una levatura internazionale “sbagliata”, visto che non ci siamo arricchiti… Però, ribadisco, fa piacere, tutto qua.
Sandro Raffini: Provo il “mix” di un intenso senso di nostalgia mescolato a una certa gratificazione. Non esageriamo sui dischi andati a ruba, l’edizione numerata con accluso il 45 giri di Billy Blade & The Electric Razors è stata stampata in un numero piuttosto limitato di copie. Mi fa molto piacere che Sick Sountrack sia stato ristampato tale e quale, con i suoni migliorati, in vinile, con la sua bellissima copertina. Mi auguro sia una esperienza interessante ascoltarlo per chi si avvicina ai nostri lavori per la prima volta.
A proposito del 45 giri, come mai all’epoca avete scelto di includere nel disco questo brano rockabilly come 7’’ oneside?
Ciro Pagano: Sandro è sempre stato un amante del rockabilly, ma all’epoca non aveva la band e così ci prestammo noi a fargli da supporto suonando in studio e, a memoria, anche in qualche live.
Nella vostra carriera avete osato moltissimo e non vi siete mai fermati nello sperimentare. Cosa può insegnare alla nuova scena nostrana e non solo, un’esperienza musicalmente tanto spericolata come la vostra? Come credete siano cambiate le cose?
Giorgio Lavagna: Negli anni 80 la musica prese una brutta piega, in Italia. Io ho continuato a fare musica fino al 2005, ma sempre cose molto sperimentali. Ho ricominciato solo nel 2018 e faccio cose meno sperimentali. Forse sarebbe stato meglio se avessi fatto l’inverso. Alla scena nostrana direi di lasciar perdere, di trasferirsi a Los Angeles, ma so che non mi ascolterebbero.
Ciro Pagano: Se produci osando, sicuramente puoi diversificarti, ma il problema per chi fa musica oggi è reperire risorse economiche per poter “esistere” sui social. E questo crea una notevole “frattura sociale” nell’attuale mondo musicale e non solo. Per cui, non essendoci più case discografiche disposte a supportare nuovi progetti, bisogna trovare risorse autonomamente, e questo non è semplice, ma è forse un motivo in più per dover osare.
Sandro Raffini: Parlando a titolo personale, direi terribilmente in peggio. Non esiste sostanzialmente più la possibilità di fare musica “dal basso” (e dal vivo) senza essere coinvolti in concorsi, selezioni, show televisivi con tanto di maestri, arrangiatori, giurie al seguito. Questo è come percepisco il mondo della musica italiana oggi. Debbo anche dire che da un ventennio a questa parte non ascolto quasi più niente di “nuovo”, anzi avevo quasi smesso di ascoltare musica che non fosse musica contemporanea o classica. C’è YouTube, e su questa piattaforma provano a cercare visibilità musicisti emergenti, a volte con un certo successo, ma conosco troppo poco questo mondo per poter dare giudizi.
Cosa fanno oggi i Gaznevada e che altro dobbiamo aspettarci?
Giorgio Lavagna: Io dal 1995 mi occupo di fumetti. Sono stato il curatore dell’edizione italiana di Captain America, Avengers, Iron Man, Thor, Spawn e di un sacco di altre cose, compresa la serie a fumetti dei Kiss. Dal 2020 mi occupo di Superman.
Giorgio Lavagna: Per i Gaznevada e relative aspettative, due cose:
1. è GAZNEVADA, una sola parola.
2. Vi consiglio di aspettare e sperare. Ma non tenete la testa sott’acqua o dentro il forno, nel mentre. Potreste persino morire. Se dovesse succedere, vi prego, non lasciate un biglietto con scritto: «stavo aspettando la reunion dei Gaznevada».
Ciro Pagano: Io personalmente ho prodotto musica da discoteca e dal 1991 sono nei Datura, Marco Bongiovanni vive in Cina e continua a lavorare nella musica come produttore di successo (Dj H feat. Stefy, Kaliya…) e come dj, Marco Dondini credo continui a suonare la batteria. Per i Gaznevada bisogna aspettarsi probabilmente altre ristampe, ma questo va chiesto all’Expanded Music che ha curato queste prime due uscite.
Sandro Raffini: Mah, i Gaznevada come band “operativa” non esistono più da tempo. Ciro Pagano, come ben sapete, è uno dei due componenti dei Datura che, al contrario, sono ben attivi, e Marco Bongiovanni A.K.A DJ Markino è un DJ e produttore conosciuto a livello internazionale. Questa “reunion” ha più un carattere storico ed è orientata verso il recupero di materiale fotografico e non, che si era disperso in mille rivoli, e verso la ricerca di storie e aneddoti riguardanti quel periodo.
Vi ringrazio di cuore per la chiacchierata. Giorgio io e te invece ci vediamo fuori per risolvere, diciamo così, la questione Devo vs Voidoids. Ok?
Giorgio Lavagna: Sono nato pronto…

