Recensioni

“Jazz”: così Bent Saether, bassista e compositore principale della band, invita i suoi sodali a modificare la pronuncia di una canzone suonata in acustico (si tratta di Cold & Bored, dall’ultimo lavoro in studio, Yay!, uscito quest’anno) e proprio qui sta uno dei punti di forza di una formazione che, nonostante gli anni passino (siamo ormai a 35 di carriera) continua a mantenersi in grandissima forma e a tenere lontani i rischi di suonare bolsa o didascalica.
“Tonight we’d like to start with some hippy dippy shit”: il leader avverte il pubblico del Vidia Club di Cesena che la partenza sarà acustica. Lui e Snah (il chitarrista, al secolo Hans Magnus Ryan, con Bent nucleo immarcescibile dei Motorpsycho) sembrano aver assorbito senza troppi traumi il colpo della dipartita di Tomas Järmyr, l’ottimo batterista che è stato bordo per una decina di anni; ora dietro i tamburi siede Ingvald Vassbø, già con i Kanaan, che pare molto a suo agio nell’interpretare brani dallo sterminato repertorio degli eterni ragazzi di Trondheim.
Chi scrive li segue dai tempi di Demon Box, e se è vero che forse i migliori Motorpsycho sono stati quelli con Gebhardt (batterista ai tempi di dischi straordinari come quello già citato, Timothy’s Monster, Angels And Daemons At Play, Trust Us, Let Them Eat Cake), resta il fatto che anche nelle fasi successive (scandite proprio dall’avvicendarsi dei batteristi) la band ha saputo sia continuare a pubblicare dischi assolutamente degni di nota che soprattutto continuare a incendiare i palchi con live di intensità rara, in grado di coniugare riff potenti, psichedelia, jam rock furente, tempeste elettriche, oasi placide di songwriting melodico e approccio jazz.
Sta proprio in questa non comune abilità di aprire e liberare la forma il segreto della formula Motorpsycho; come racconta proprio Bent nel documentario del 2018 Into The Maelstrom (lo trovate su Vimeo): once you make the booze, you can make drinks out of it. Ed ecco che ci ritroviamo ancora, a distanza di oltre trent’anni (il primo concerto fu in epoca Demon Box, in formazione c’era ancora Helge Sten, in arte Deathprod; suonarono una versione di The Wheel di oltre quaranta minuti) a seguirli dal vivo; la band ha da sempre un rapporto privilegiato con l’Italia e in particolare con la Romagna, dove è stata protagonista di concerti che sconfinano nell’epica per chi era presente all’epoca al compianto Velvet di Santa Aquilina, nelle colline sopra Rimini.
Ti ricordi quella volta che suonarono vestiti da scheletri? L’altra volta che li abbiamo visti qui hanno fatto una versione spaziale di Un Chien D’Espace: questo il tenore di alcuni dialoghi che imbastiamo con altri fans incontrati nel club di San Vittore, vicino Cesena, a testimoniare come il trio norvegese (a proposito, che fine ha fatto Reine Fiske, lo svedese quarto uomo con loro normalmente in tour?) possa somigliare, mutatis mutandis, a una specie di Grateful Dead per chi, come chi scrive, è cresciuto con certa musica che una volta chiamavamo alternative negli anni ‘90.
La passione che li circonda, fatte le dovute proporzioni, è simile, la febbre con cui vengono consultate scalette dei tour e l’entusiasmo palpabile nel forum a questo dedicato pure, come la padronanza della band nel rendere il live una vera e propria esperienza sensoriale, torrenziale e pienamente gratificante. Se, come dicevamo, la partenza (i primi 5 pezzi) è dedicata a un set acustico che pesca anche in perle del passato come Sunchild, suonata come fosse un pezzo di David Crosby da If I Could Only Remember My Name, dopo aver aperto le danze con Mad Sun ed aver chiuso con Feel, con il suo motivo di tastiera che è uno dei marchi di fabbrica della band e che a dire la verità però potrebbero anche tenere in soffitta per un po’ (la suonano a tutti i concerti da sempre, o quasi), si parte con some heavy stuff.
La formula è semplice e perfetta: un riff monumentale, a presa rapida, a volte anche in qualche modo già sentito (Bent non ha mai nascosto di trarre ispirazione dal miglior hard rock dei ‘70), che funge da solide fondamenta ed esplorazioni che nell’intenzione e nella pronuncia ricordano come già scritto i migliori segreti del jazz). Col passare del tempo dal punto di vista compositivo spesso e volentieri i pezzi si sono contraddistinti per un più marcato sapore heavy-prog, ma la band ha saputo continuare a variare il canovaccio, ad evolversi e a stupire.
Colpisce positivamente ad esempio come nel corso del tempo Bent e Snah siano enormemente migliorati nel gestire l’equilibrio di nitide armonie vocali . Tempeste hard rock a cui fanno seguito placide lagune psych con i synth analogici (tocca a Snah a questo giro, c’è pure un’altra tastiera sul palco alla destra di Bent, ma nessuno la tocca) e intarsi che ancora sanno colpire per la loro fragile bellezza. Come sbalordisce, pur essendo cosa assolutamente nota, la disinvoltura e la fluidità con cui sanno e riescono ogni volta ad entrare e uscire dalle jam, dimostrando di avere un’intesa che non conosce ruggine e che sa resistere ai cambi di assetto (il nuovo batterista è con loro da circa un anno): i Motorpsycho parlano una lingua che è sempre più la loro, sempre più la nostra.
“Do you like prog rock, don’t you?”: così Bent reagisce all’ennesimo boato di approvazione dopo un altro numero ad alto voltaggio (forse si tratta di Year Zero, da Little Lucid Moments, abbiamo preso scrupolosamente appunti ma eravamo comunque uno strano mostro a metà tra il critico attento e scrupoloso e il fan sfegatato): una struttura che serba la coralità articolata di certo prog si sfalda in una jam pazzesca che non fa prigionieri, con una inusitata coda quasi desert rock. Proprio come i Dead, che citavamo prima, dopo le esplorazioni, un numero pop per tornare coi piedi sulla terra, ed ecco Serpentine, un cristallino giocattolo di pop sonico da It’s A Love Cult, che però si tramuta in un heavy groove tambureggiante ; resta impressa anche 577 da Trus Us con un basso che spacca e scava, e poi Nothing To Say e Plan #1, dal mastodonte Demon Box, un monolite doppio zeppo di numeri preziosi.
C’è poi tempo anche per un bis, con The United Debased, da Kingdom Of Oblivion del 2021,e poi la cover in chiusura di Rock Bottom degli inglesi Ufo, a santificare angeli e demoni. Alla fine siamo esausti, senza voce e felici, per l’ennesima festa a cui abbiamo partecipato: avevamo appena fatto la maturità ai tempi del primo loro live, ora ci avviamo verso il traguardo dei 50, ma non importa. Ci vediamo al prossimo giro e spero che un grammo della passione che riesce a scatenare questa grande band traspaia da questa cronaca, e pazienza a questo giro se è poco oggettiva.
Il rock’n’roll è una questione di emozioni e sentimenti, e anche di quel po’ di mitologia personale necessaria per costruirsi un’epica che ti faccia andare avanti, e sognare ancora, nonostante tutto. Band della vita.
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