Recensioni

8

Sono stati tra i primi in Italia a iscriversi al campionato del rock progressivo. E a scalare in fretta le gerarchie del genere. Dopo la gavetta beat costituita da un album, Ad Gloriam, e una lunga scia di singoli, nel giro di due lavori Le Orme si spartiscono il podio delle preferenze dei fan con la milanese Premiata Forneria Marconi e i romani del Banco del Mutuo Soccorso. Arrivano dunque Collage (1971), ma soprattutto Uomo di pezza (1972), disco della svolta – e Disco d’oro – che come nessun altro, fino a oggi, sa coniugare il meglio della canzone italiana al verbo Prog rock anglosassone di band come EL&P, ai quali i tre veneziani vengono accomunati di primo acchito per effetto della formazione tastiere-basso/voce-batteria.

Uomo di pezza è una parata di canzoni brevi, caleidoscopici congegni pop-prog-rock attraverso il cui oculare si intravvede molto di più di quanto si crede possa essere stipato in pochi minuti: Una dolcezza nuova e La porta chiusa sono gli unici brani a superare i cinque minuti; Uomo di pezza – delicata fanfara pop-folk surrealista – che sbanca e scala le classifiche di vendita dei singoli – supera a stento i tre giri di lancette dell’orologio. Tutto fa presagire che la strada sulla quale proseguire ancora a lungo sarà quella. Invece Le Orme hanno voglia di osare.

Sono tempi, quelli, dove la competizione è sana: ci si sfida sul campo, in sala di registrazione, sul palco. La prossima tappa sarà il concept: l’ultima frontiera del Progressive rock. Gli Osanna con L’uomo (1971), il BMS con Darwin! (1972) e la PFM con Storia di un minuto (1972) si concentrano sul genere umano dall’evoluzione all’involuzione psicotica dei tempi moderni, i Trip ci provano con la cultura alta di Dante (Caronte, 1971), il Rovescio della Medaglia si confronta con rovelli religiosi (La Bibbia, 1971), il Balletto di Bronzo col mito (YS, 1972); ma non mancano altri tentativi.

All’inizio degli anni ’70 la fantascienza costituisce un genere tutt’altro che banale o di semplice evasione. Negli anni ’60 la sua letteratura è rinata alla luce di una new wave che l’ha dotata di una deriva sociologica e speculativa di indubbio valore, si è evoluta stilisticamente (John Brunner, per esempio, anticipa tanti scrittori post-moderni; Kurt Vonnegut, Barry Malzberg e Harlan Ellison sperimentano), e il cinema ha prodotto meraviglie come 2001: Odissea nello spazio, Il pianeta delle scimmie e Solaris le cui eco non si spegneranno mai.

Si può dire che la fantascienza è diventata adulta. Non sono immuni al suo fascino neppure molte rock band che prendono spunti, registrano dischi tributo (per esempio Klaus Schulze con Dune), o inaugurano filoni che fanno scuola (la label tedesca Die Kosmischen Kuriere, ma non solo). Dal 4 gennaio al 1° febbraio 1972 il primo canale della TV nazionale mandava in onda, per cinque puntate, A come Andromeda, sceneggiato che metteva in campo l’ipotesi del primo contatto umano con una forma di vita aliena.

Con quasi 17 milioni di spettatori, roba da odierno Festival di Sanremo, e un cast eccezionale fatto di attori solitamente sulla asse del teatro, del quale faceva parte inizialmente Patty Pravo che poi si dimise – veneziana come Tagliapietra, Pagliuca, Dei Rossi – si trattò di uno dei più grandi successi Rai. Chissà, dunque, che anche Le Orme non si siano fatte convincere da Andromeda, 2022: la seconda Odissea, Mattatoio 5, da 1999: conquista della Terra, uno degli infiniti seguiti della serie di Il pianeta delle scimmie, usciti quello stesso anno.

Fatto sta che nel 1973, per varcare il traguardo del concept album il trio allestisce in studio una grandiosa expo fantascientifica. La storia di due pianeti che vivono all’opposto: “uno non ha la notte, l’altro il giorno”. Felona, luminoso, vitale, pacifico, la gente che vive in bolle di cristallo: “non ci sono segreti nelle sfere trasparenti / le case di cristallo si muovono col vento / lasciano una scia come una cometa / quando cala il sole e il vento si riposa si fermano le sfere e formano un villaggio”; Sorona, cupo e tormentoso: “in questa terra grigia non c’è spazio che per nere paludi / è mutato il grano in aride canne ingiallite / son cambiati i riflessi argentati in viscide squame / vecchie città in oblio senza giardini avvolte in densa nebbia come tra fili di un baco da seta”.

In mezzo, sospesa nel nulla, una forma di vita superiore che inanella parole come astri puntiformi a formare una nuova costellazione: “Il bene fa dimenticare chi c’è all’origine / da chi proviene / La solitudine è un’ombra che si rivela a chi / si sente inutile. / E chi protegge il mondo si sente inutile / se nessuno si rivolge a lui”. È forse un dio deluso e vendicativo, a parlare? Una maledizione lanciata che si deve compiere? Decadenza e declino che inevitabilmente seguono le epoche auree e la prosperità?

Le cose sono destinate a cambiare drasticamente, e a L’equilibrio – “io rivolgo lo sguardo a chi aspetta un gesto mio per dare un senso alla sua vita” – seguirà l’inversione dei destini che porta Sorona a sorgere – “nel regno buio la luce risplende, in ogni corpo la fiamma si accende” – e Felona a scivolare verso la fine – “mentre ancora esulta Sorona, Felona inizia il lento declino”.

Tematicamente Felona e Sorona è una parabola nella quale, nonostante la fantascienza ma proprio grazie a essa, si intravedono segni di storia remota e presente: imperi (geografici o economici) che crollano e altri che sorgono dal nulla, i destini di nazioni che si ribaltano; un’allegoria incastonata da fulminei discorsi filosofici (La solitudine di chi protegge il mondo e Ritratto di un mattino), spiccioli finché si vuole ma sempre utili da ricordare.

Perché in fin dei conti, quei due pianeti rappresentati nel bellissimo dipinto di copertina del pittore mantovano Lanfranco Frigeri da un uomo e una donna, potrebbero essere le due facce della stessa medaglia, cioè la Terra: dove il giorno e la notte, così come le creature che li vivono, si alternano parallelamente. Allo stesso modo in cui i ricchi vivono in perenne stato di gioia e luce – Felona – e i meno abbienti una tragica realtà all’ombra degli stenti – Sorona.

Musicalmente è invece un kolossal dalla sceneggiatura sonora senza falli; in un tripudio di effetti e di strumenti sfruttati al massimo della loro espressività. Se ci sono i detrattori di Toni Pagliuca (che su Contrappunti, 1974, diventa Tony) reo di non essere tecnicamente monstre, o di Aldo Tagliapietra perché monocorde, va loro riconosciuto che Felona e Sorona funziona tremendamente bene proprio per il colore, le sfumature, le intonazioni distillate dalle tastiere, e per l’alieno falsetto del cantante che riassume la tragica vicenda con un tono da cronista impassibile ed equidistante: non si deve e non si può tenere la parte di Felona o di Sorona, intende dire.

A noi spettatori – di un disco/show immaginifico come pochi altri, nel panorama rock nostrano – non è dato sapere se ci sono colpe o meriti, se l’avvicendarsi dei destini è giusto o sbagliato, se da una parte si tratta di liberazione e dall’altra di una pena giustamente comminata. Oppure di un virus che come in 1975: occhi bianchi sul pianeta Terra, sul grande schermo nel 1971 – nel 2007, nell’interpretazione di Will Smith, col titolo di Io sono leggenda, quello del romanzo di Richard Matheson –, trasforma la maggior parte della popolazione in creature refrattarie alla luce, condannate a vivere nel buio in maniera simile agli abitanti di Sorona prima del cambiamento.

Tagliapietra, che non è mai stato un “teatrante” della voce, questa volta più che mai veste i panni (vocali) del Virgilio: è li per narrare con distacco, dalla giusta distanza. Né per giudicare né per interpretare, ma semplicemente per esporre i fatti. Ci pensano il suo (magnifico lavoro di) basso (e chitarre), le tastiere di Toni Pagliuca, la batteria di Michi Dei Rossi che dovrebbe soddisfare chiunque, a mettere in scena ambientazioni, sfondi, mondi, che stupiscono. Concentrati in un incastro di melodie e ritmi perfetto di soli 33 minuti, che pur accentuando rispetto al passato la prossimità musicale alle icone britanniche del genere – EL&P su tutti – mantiene quella peculiare italianità che è del trio veneziano più di qualunque altra prog band tricolore.

Totalmente differente per tipologia dal precedente album, Felona e Sorona è un successo. Raggiunge il n° 2 in classifica e diventa il 18° titolo più venduto del 1973 davanti a nomi, rispettivamente, come Rolling Stones (Goats Head Soup), Deep Purple (Made In Japan), Beatles (1967-1970), Led Zeppelin (Houses Of The Holy), Jethro Tull (A Passion Play), Yes (Yessongs), Genesis (Genesis Live), King Crimson (Larks’ Tongues In Aspic).

Non c’è da meravigliarsi, però. La triste macchinazione dei reality è un incubo lontano da venire. Seppur in via di dissolvimento, invece, il riverbero della “immaginazione al potere” è ancora nell’aria. Prende chi fa l’arte e chi di fronte la fruisce. Il concept guadagna alla band persino un contratto con la Charisma, label di Genesis, Van Der Graaf Generator, e di Peter Hammill che traduce i testi per la versione anglosassone: la cui presenza non fu sufficiente per evitare che una certa quantità di copie esca come Felona And D(S)orona secondo le etichette incollate sul vinile.

Ma è un dorato viaggio nello spazio che dura l’arco di un disco e una stagione. Contrappunti, del 1974, segna il ritorno sulla Terra e la presa di coscienza di un mondo che sta cambiando in fretta, intorno e dentro la musica. Questa volta al centro degli interessi Le Orme mettono problemi che scuotono la società come l’aborto, oppure cantano l’India, terra promessa di tante rock star alla ricerca di sé stesse – così si diceva – da un’angolazione diversa, più cinica, probabilmente solo più realistica.

Era il declino del Progressive rock e la fine di un grandioso abbaglio: l’immaginazione al potere – francamente un ossimoro, e irrealizzabile in quanto tale – non sarebbe mai arrivata. L’establishment si risvegliava da un brutto sogno e riprendeva con decisione la propria marcia da rullo compressore. Verso l’inarrestabile costruzione di una società, di un mondo, che avrebbero assunto sempre più i contorni della Sorona fatta di “vecchie città in oblio senza giardini avvolte in densa nebbia”. Smog, veleni, disumano consumismo e quant’altro.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette